Sto iniziando a perdere il conto delle volte che ho ripetuto quel divertente sentiero. La prima volta, con Chiara, fummo cacciati da quell’orrido salto, il primo, alto, senza fine, avevamo poca esperienza. Questa volta mi diverto nel vedere un gruppo di ragazzi tornare indietro dopo aver sbattuto il muso contro il nostro stesso ostacolo di allora. E’ incredibile come tutto cambi con gli occhi dell’esperienza, della conoscenza, si vedono le cose in maniera totalmente diverse; siano queste galassie, libri di storia o semplici pietre. I miei provati compagni di avventura iniziano a guardarmi con sospetto, ma dove ci stai portando? Ma è pericoloso? Perché quei ragazzi sono tornati indietro? Sorrido e rispondo di non preoccuparsi, se non se la sentono torniamo indietro e facciamo altro. Poco dopo, senza che questo abbia rappresentato alcun problema, il salto scompare alle nostre spalle dietro enormi blocchi monolitici. Questo versante del Corno Piccolo è stupendo, cambia tutto, si entra nella montagna, non si vedono abitazioni in lontananza solo il silenzio dei monti. Si entra in un universo selvaggio e le lunghe discese scoscese lungo il sentiero ci riportano con i piedi per terra, ci strappano da quella bolla di invincibilità che ci siamo creati nel nostro vivere quotidiano. Qui una caduta può essere fatale e lo si sente quando si cammina, si fa attenzione, ci si sente vulnerabili. Tutto questo rende la mia camminata nervosa, non mi sento completamente tranquillo. I miei amici non sono assidui frequentatori della montagna, devono ancora imparare a muoversi per sassi e pietraie e questo si vede nel loro lento avanzare. Il tempo invece non aspetta ed è quella la mia prima preoccupazione, hanno previsto brutto tempo nel pomeriggio e noi procediamo troppo lentamente. La mia seconda preoccupazione è quella di vedere cadere qualcuno. Non faccio altro che pensare che forse per una prima volta era meglio evitare sentieri così esposti ma allo stesso tempo mi sento sicuro del fatto che quel sentiero piacerà loro. Infatti, il mescolarsi di tratti di facile arrampicata alla marcia avrebbe alleggerito notevolmente la salita e reso più divertente e interessante il tutto. E infatti così è stato! Nessuno è caduto di sotto e se si esclude l’infido tratto di salita del Vallone dei Ginepri, nessuno ha faticato in maniera eccessiva. In attesa della prossima gita ecco il foto-video della giornata!
Sono le 4:40, suona la sveglia. Il grande giorno è arrivato. E’ passato poco più di un anno da quando, durante una delle mie innumerevoli trasferte da Roma verso il Gran Sasso, osservando la lunga catena montuosa, ho pensato a questo progetto: la traversata integrale del massiccio, dal passo delle Capannelle fino a Vado di Sole. Quaranta chilometri o poco più, da farsi tutti in cresta e toccando tutte le cime.
Mi sento pronto, in ottima forma fisica e psicologicamente preparato ad affrontare la grande fatica che ci aspetta. Con me c’è Stefano, che ho distolto dai suoi allenamenti per una prossima maratona, ed è quindi allenato al punto giusto. Ce la possiamo fare!
Non ce la facevo, dovevo scappare da Roma e dunque via al Gran Sasso. Avevo una scusa lì bella pronta, proprio la settimana in cui si fa il carico stagionale al Rifugio Franchetti; due braccia fanno sempre comodo per sistemare le provviste, preparare le pedane, faticare per due giorni, insomma. Purtroppo però le mie braccia erano flaccide e malaticce a causa del souvenir riportatomi dal mio recente viaggio in Perù: una bella infezione intestinale con i controfiocchi. Parto lo stesso, se mi muovo piano non ho troppa nausea, una mano la riesco a dare lo stesso. Oltre al problema di salute, non appena partito da casa mi si accende la spia dell’abs della macchina…ci mancava solo quello. Arrivo al primo rettilineo, guardo negli specchietti, non arriva nessuno, a quel punto do un bel pestone sul freno. Come temevo le ruote si bloccano. Vabbè, continuo lo stesso, abs rotto non significa che i freni sono rotti, significa soltanto che la mia macchina ha appena fatto un salto indietro nel tempo di dieci anni, che problema c’è? Arrivo sano e salvo, aiuto il primo giorno, di più il secondo e finalmente dopo due giorni passati a lottare tra nausea e fatica decido di concedermi un po’ di relax restando un paio di notti al Franchetti.
Cos’è il flash – Come funziona – Quando lo si usa
L’utilizzo dell ‘Esposimetro flash esterno
Collegamenti e comandi (cavi sync/infrarossi/radio)
Fotografia flash e luce ambiente
Uso creativo del flash
Dove: Roma – Sede di Roma Sotterranea all’interno del Parco dell’Appia Antica.
Al numero 26 di Via Appia Antica, a 450 metri da Porta San Sebastiano la sede è raggiungibile anche scendendo alla fermata Appia Antica-Travicella, con i seguenti servizi pubblici ATAC:
218 – Capolinea a Porta S.Giovanni
118 – Capolinea a Piazzale Ostiense
Quando: Teoria mercoledi sera 7 e 14 Luglio in sede ore 21:00 / 23:00
Uscita pratica domenica 18 pomeriggio 15:00/ 21:00
Costo: 70 euro
Il corso si attiverà con un minimo di 4 fotografi fino ad un massimo di 12
Ci siamo, fra 3 giorni si parte. E’ un anno ormai che se ne parla, almeno 7 mesi che siamo in contatto con l’agenzia locale, tutto è pronto, o quasi, devo ancora preparare il bagaglio a mano. La destinazione: il Perù, per l’esattezza la Quebrada Rurec e le sue immense pareti di granito. La Quebrada Rurec è una delle tante valli che solcano la Cordillera Blanca e si trova nel massiccio del Huantsàn. Poco conosciuta dal punto di vista escursionistico, lo è ancora meno sotto l’aspetto alpinistico, nonostante le sue pareti vengano soprannominate “Little Yosemite”, in realtà c’è ben poco di little. Ma torniamo in Italia…
Prima che il vulcano Islandese ci sconvolgesse i piani, l’idea era di spedire i quasi 280kg di materiale via cargo, in modo tale da non avere sorprese in aeroporto. In una spedizione dove tutto è centellinato, il ritardo di un bagaglio o, peggio ancora, la sua scomparsa, possono tragicamente affondare l’intero progetto. Purtroppo madre natura ci ha ricordato chi comanda nel periodo migliore…pazienza. A fronte di compagnie di spedizione che non garantivano gli arrivi nei termini prefissati abbiamo deciso di rischiare e tentare la via del bagaglio in stiva. Questo però ci scombussolava tutti i piani. A seconda delle compagnie e del tipo di biglietto, il volume e il peso trasportabile a persona può variare significativamente. Con Iberia in questo caso abbiamo a disposizione due bagagli a testa da 23kg l’uno, il che però ha implicato dover ridistribuire tutto il carico. E dunque eccoci qui, davanti al Don Clax a San Giovanni Teatino, nei pressi di Chieti, con le nostre cose sparse in giro sul parcheggio.
Luca D’Andrea e Andrea Di Donato alle prese con il materiale alpinistico.
Sono in macchina con Luca. Siamo usciti dall’autostrada da circa 40 minuti e davanti a noi i Simbruini. Il GPS inizia a fare i capricci. Le prime avvisaglie le abbiamo ad Alvito (credo di ricordare) quando, in maniera del tutto unilaterale, il maledetto aggeggio decide di farci visitare il centro storico del paese. Poco dopo Alvito, distratto da qualche interessante conversazione, tiro dritto ad un incrocio, il GPS impazzisce e torniamo indietro. Poco dopo ancora ci ritroviamo in un’improbabile stradina microscopica. Che facciamo? Boh. Proviamo, sarà una scorciatoia. Fatti un paio di chilometri, davanti a noi termina l’asfalto. Uhm.. strano. Il GPS è impostato in maniera tale da evitare le strade sterrate, come mai ci indica questa strada? Tecnologia… mah. Se poi ci aggiungi due maschi, il risultato è quello di vedere una povera macchinetta arrancare su una carrareccia di ghiaia. Ma la resa è purtroppo inevitabile. Si torna indietro. Ridiamo come pazzi.
Siamo diretti a Civitella Alfedena dove Luca deve tenere un corso introduttivo all’uso del GPS in montagna… il GPS dell’auto ci ha fatto perdere due volte in mezz’ora, continuiamo a ridere. Il fine settimana non poteva avere un inizio migliore.
Finalmente Civitella. Qui incontriamo Pietro Santucci, l’Accompagnatore di Media Montagna che assieme a Luca Cavallari organizza il corso. Ci si organizza, si aspettano i corsisti e si da il via alla didattica. Prima di tutto la teoria e poi, il pomeriggio stesso, pratica sul campo. Il posto scelto non è casuale. Da un paio di giorni in zona si fa vedere l’orso, potremmo essere fortunati, tanto vale provarci.
Non c’è nulla di meglio di una mattinata in un buco quando finalmente, dopo una settimana di brutto tempo, arriva una bella giornata di sole.
Questa volta il “buco” si trova nei pressi di Monteleone Sabino ed è la bella grotta di Muro Pizzo. Bella sì, perché al suo interno si possono osservare formazioni molto giovani di stalattiti e soprattutto perché permette di osservare un suo particolare abitante, il pipistrello.
L’idea di passare la giornata rinchiuso in casa non mi andava proprio e così, mentre osservavo la campagna romana con googlemaps, mi è venuta voglia di esplorare una zona che conosco poco. Il parco di Veio, alle porte di Roma, che ricomprende diversi comuni, rappresenta quel classico esempio di “parco naturale” che a causa dell’antropizzazione selvaggia del territorio, ha ormai ben poco di naturale. Ma quando si ha poco tempo per fare quattro passi, è il posto ideale dove andare.
Sono passati un bel po’ di mesi ormai dal fatidico 6 aprile 2009 e per tutto questo tempo mi sono scervellato ponendomi sempre la stessa domanda: perché, se la zona stava vivendo un’intensa attività sismica, nessuna autorità ha informato la popolazione sulle procedure da attuare in caso di forti scosse? Bastavano opuscoli o un intervento durante un TG per spiegare o ricordare alla gente come comportarsi, dove andare ad informarsi, per smuovere i neuroni e spingere la curiosità a fare il resto. Al giorno d’oggi, con le informazioni in mio possesso, non ho avuto modo di riscontrare tali iniziative durante le settimane precedenti il sisma. Chissà, forse con delle semplicissime indicazioni il bilancio dei morti sarebbe stato meno ingente. Questo ormai non lo possiamo sapere. Purtroppo viviamo in un Paese in cui ci si muove, e commuove, sempre dopo. Lasciamo che gli avvenimenti ci travolgano, ci smuovano, ci emozionino, per poi farli cadere nel buio dell’oblio. Vorrei ricordare alcuni casi eclatanti avvenuti solo negli ultimi mesi: l’alluvione nel Messinese (leggi la notizia), il caso della palazzina crollata a Favara (leggi la notizia), l’abusivismo edilizio a Ischia (leggi la notizia). Tragedie più o meno annunciate, frutto dell’avidità dell’essere umano. In Campania, si continua a costruire selvaggiamente sulle pendici del Vesuvio, un vulcano la cui ultima eruzione risale solamente al 1944. Cosa accadrebbe se un giorno il gigante dormiente si dovesse risvegliare? Di chi sarà la colpa? Basta vedere i dati di Legambiente per rendersi conto della situazione italiana. Solo per problemi idrogeologici, 5581 comuni sono a rischio frane e alluvioni, il 70% del totale! Ma questi problemi non riguardano solo il sud. L’urbanizzazione selvaggia e fuorilegge riguarda anche regioni come la Valle d’Aosta, l’Umbria, la Toscana o la Lombardia dove più del 98% dei comuni risulta a rischio. Nonostante tutto questo, il Piano per l’Assetto Idrogeologico, a 17 anni dalla sua approvazione, è stato adottato solo dal 14% delle autorità che si occupano delle risorse idriche del territorio .
Cese, nei pressi dell’Aquila. Tutti riuniti all’interno della tenda chiesa.
Domenica mi trovavo per puro caso nei pressi delle Terme di Caracalla quando, ad un tratto, inizio a sentire un’orda di clacson impazziti. Guardo sempre più incuriosito in direzione di quel frastuono caotico ma non vedo nulla. Ma ecco che in pochi attimi si risolve il mistero: come fosse una mandria, vedo delle Fiat 500 arrivare da tutte le direzioni. Sono tantissime e coloratissime e man mano che si avvicinano il rumore del bicilindrico Fiat prende il sopravvento sugli sconclusionati colpi di clacson. Non ne avevo mai viste così tante insieme, si parla di 250 esemplari!!! Alcuni, fedeli all’etica del collezionismo d’epoca, hanno macchine immacolate, assolutamente originali. Altri esemplari, purtroppo, erano caduti nelle mani di persone senza la benché minima nozione di gusto e senso estetico, le cui mani, e soldi, hanno contribuito a partorire “cose” degne di attirare l’attenzione dei più grandi registi del cinema horror, i quali potrebbero trarre da quelle creazioni, un’utile ispirazione per i loro prossimi mostri. Ad ogni modo, l’importante è che nel bene o nel male queste piccole macchinine sopravvivano; pezzi di storia e di design su ruota che non meritano di finire in un campo alla mercé delle intemperie o peggio ancora schiacciate in un qualche sfasciacarrozze.