Sep 15 2007

Gran Sasso >> Di Federico Di Luca

Published by at 3:11 pm under Arrampicata

Come al solito tutto si decide all’ultimo istante. Sabato mattina ricevo una telefonato di Alessandro: ” Che fai domani? Guarda che sono le ultime giornate forse….”. Io preso da mille pensieri riguardanti i miei esami ed in lotta con la mia coscienza decido alla fine di partire ugualmente. Sento Roberto e alle 17h siamo per strada, direzione Prati di Tivo.
La sera, come al solito, cenetta al sacco, biretta al bar e poi dritti al letto nell’accogliente e rinomato “hotel” Siget (per chi non lo sapesse si tratta dello stanzone che sta alla base della funivia, tre mura, un tetto, materassino e sacco a pelo..).
La giornata è magnifica, non una nube in cielo, leggero fresco e alle 8h30 siamo i primi a prendere la seggiovia.

 


Oggi abbiamo deciso per il paretone est davanti al Franchetti, la via è la Di Federico Di Luca sul monolito. Per un tratto andiamo su con Roberto diretto anche lui da quelle parti a farsi una via in free solo, certe cose non le riuscirò mai a capire…
Finalmente l’attaco del primo canalino.. E si perche la via sta su su e prima dobbiamo farci un bel pò di strada (arrampicata sul facile) a tratti slegati. Io sinceramente non mi sento molto tranquillo e alla fine convinco Alessandro a progredire proteggendo qua e la, per avere un minimo di sicurezza. Dopo qualche metro anche lui si rende conto che alcuni passaggi non sono affatto banali e quando hai 20 metri di nulla sotto di te è meglio andare sul sicuro.
Nella salita sfruttiamo un paio di soste a spit (i primi due tondini sulle foto) poi il terzo tratto lo affrontiamo in conserva per arrivare finalmente all’attacco della via (terzo tondino).

 

Si parte subito su una fessura di V, leggermente svava a tratti. Io come al solito, trovandomi più a mio agio sulle placche cerco di andare sulla destra ma alla fine cedo e inizio ad incastrarmi, con tante difficoltà per via dello zaino, nella fessura.
Arrivo alla prima sosta già provato fisicamente, lo zaino mi stava dando veramente fastidio.
Alessandro parte per il secondo tiro. Un delicato traverso, sempre di V, protetto con un filo di acciaio inserito in una clessidra. Io già inizio a pensare al pendolone che rischio se dovessi scivolare quando sento qualcuno chiamare dal basso.. E Roberto, si è già fatto la sua via e ora e venuto a trovarci!
Mi fa una certa impressione vederlo accanto a me slegato, per non parlare di quando si fa il famigerato traverso senza la minima esitazione.
Tocca a me, con esitazione effettuo il movimento dinamico che mi porta dalla scaglia dove mi trovo sulla parete vera e propria. Da li inizio a muovermi e senza pensarci troppo mi trovo già alla protezione in mezzo al traverso. Ancora un attimo di esitazione e continuo per trovarmi nel pezzo duro dove dopo qualche tremolio di gamba mi lancio su una bella presa che mi fa uscire dai guai. Qualche altro metro e arrivo alla sosta, la mia prima sosta appesa..

 

Da li parte il tiro più duro della via -VI. Dalla sosta di sale a sinistra lungo una sporgenza sopra il tettone del paretone e da li si continuo sulla placca qualche metro a sinistra sempre e poi dritti verso la sosta successiva.
Quando sono partito mi sono reso conto della situazione.. Passaggio con poche prese, lo zaino che mi sbilanciava verso dietro e sotto di me il vuoto. Per la prima volta ero in una situazione di completa assenza di roccia sotto di me per svariate decine di metri. Con dice Patrick Edlingier in “La vie au bougt des doigts”, avere il “gaz” (gas – il vuoto) sotto di te ti pone in un diverso stato d’animo quando arrampichi e devi cercare di concentrarti sulla parete e non pensarci. Sarà, ma io ero terrorizzato, l’idea di cadere e penzolare nel vuoto (con ovvie difficoltà per risalire) mi faceva stringere qualsiasi parte della roccia in maniera eccessiva quasi a stritolarla.
Per fortuna una volta superato l’angolo e sbucato sulla placca, anche se poco appigliata, mi sentivo sicuro, su un terreno a me più congeniale e ho ricominciato a riprendere colore..

 

Arrivati alla sosta successiva, si erge davanti a ni un paretone di circa 20 metri, verticale, leggermente strapiombante a tratti. Sulla nostra destra una via a spit molto bene appigliata, sulla nostra sinistra, un infido dietro con tanto di fessura. Alessandro parte e si trova subito in difficoltà. In realtà poi scopriremo che dovevamo andare dritti per dritti dalla sosta e ci eravamo imbattuti in qualche strana deviazione della via. Cordini, un vecchio friend incastrato, tanti chiodi.. Alessandro prima e io poi iniziamo a tirate tutti il tirabile maledicendo le guide che parlavano di IV grado nei tiri finali. Comunque, dopo aver faticato come dei somari ci ritroviamo su una bella placca facile facile.
A 20 metri dalla vetta inizia a piovere. Mi sbrigo e arrivato in vetta smette. Ci prepariamo per le doppie e inizia a nevischiare. Grande proprio oggi, l’unica volta dell’anno in cui non mi sono portato la giacca. Iniziamo a scendere e la pioggia ricomincia per smettere subito dopo. Arrivati alla fine della seconda doppia si mette a piovere a dirotto. L’ultima doppia più corta per uscire dal monolito mi fa pensare a quando andai a fare canyoning. Sono completamente bagnato, la corda idem, le scarpe scivolano sulla parete e quando passo i tetti vado a sbattere un paio di volte contro la prete, intorno a me la parete è coperta da un velo d’acqua che si incanala con potenza nei rivoli.
Alla fine della terza doppia si arriva su una cencia di sfaciume che va traversata. Non si può scivolare, si rotolerebbe immancabilmente e fatalmente a valle. Alessandro è già partito, io dietro finisco di fare la corda e parto a mia volta. Dopo pochi metri mi blocco. Sento le scarpe che scivolano e il terreno è completamente bagnato. Non riesco a capire dove è passato Alessandro e lo inizio a chiamare, non mi risponde. Dopo qualche minuto prendo coraggio e mi inizio a muovere, quando mi sposto faccio in modo di avere sempre 3 punti di appoggio, non lascio nulla al caso e dopo qualche metro ritrovo Alessandro che mi dice pure di sbrigarmi…
Arrivo su una traccia di sentiero e da li bisogna fare una ventina di metri disarrampicando. Mi blocco di nuovo, Alessandro vuole sbrigarsi ma io non me la sento. Dopo aver inistito parecchio prendiamo un cordino, lo infiliamo dentro una piccola clessidra e attrezziamo una doppia. Alessandro scende per primo, e dopo tanti lamenti noto che alla fine la doppia in quel punto la sfutta a dovere. Tocca a me, monto solo il discensore per sbrigarmi e scendo disarrampicando per non forzare troppo sulla delicata clessidra. La roccia è totalmente bagnata e a tratti mi cola l’acqua dentro il sottogiacca dalle maniche. Arrivato giù recupero la corda pregando ad ogni bracciata che non si incastri proprio in quel momento. Poi dopo un’altro tratto su una traccia di sentiero scosceso arrivo ad una sosta attrezzata, mancano due doppie. A quel punto sentiamo una voce dal sentiero. E Roberto che mi sta chiamando, è tardi e ci avverte che sta scendendo cosi, nel caso perdessimo l’ultima seggiovia, ci verrebbe a prendere dalle parti del vecchio campeggio.
Arriviamo alla base della parete, sistemiamo le corde e dopo 25 minuti di corsa giù per il sentiero bagnato e dopo aver rischiato almeno 3 volte di prendere una storta, arriviamo in tempo per prendere la seggiovia che ci riporta a Prati di Tivo. Un buon caffe, chiaccherata sull’etica della chiodatura al Gran Sasso con alcuni big e via si ritorna a casa sani, salvi e distrutti fisicamente.

 

Corno Piccolo m. 2655 Monolito, via Di Federico-De Luca (1980)
La via ha difficoltà TD con passaggi fino al -VI, sviluppo m.180, (ore 1.30-3.30).
L’attacco è sulla grossa cengia a mezzaluna sotto lo scudo compatto del Monolito. Ci si sposta all’estremità sinistra della cengia, dove un enorme lastrone è appoggiato alla parete e forma sulla destra una fessura larga. Risalire la fessura fino in cima al lastrone (V, 20 m; è anche possibile raggiungere questa sosta percorrendo un caminetto sulla sinistra, II). Si traversa a destra sulla placca inclinata sottostante il tetto ( IV+, cavetto d’acciaio, ch), si punta al bordo del tetto (V) ed entrati nel diedrino che questo forma sulla destra, si raggiunge uno scomodo punto di sosta (15 m. dal cavetto, in tutto 35 m.). Proseguire a sinistra per una rampetta (V, ch), oltrepassare un spigolo (passo di -VI, ch), continuare a traversare a sinistra fino ad un cavetto d’acciaio e, per una fessura a sinistra ed una placca, raggiungere una comoda sosta con clessidra e chiodo (25 m). Dritti per placca (V-) fino ad una fessura che in alto fa arco, risalirla (V, ch) superando in alto una pancetta verso sinistra (V+, cless.) e per placche alla sosta, la penultima della via del Monolito (40 m). Di qui per canaletti e caminetti non difficili (III e IV), con uno o due tiri si esce in vetta.

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One Response to “Gran Sasso >> Di Federico Di Luca”

  1. franganghion 27 Feb 2008 at 1:20 pm

    … dimenticavo: articolo bellissimo.

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