Jun 16 2010
Ferrata Ricci e vetta Orientale del Gran Sasso. Giu 2010.
Non ce la facevo, dovevo scappare da Roma e dunque via al Gran Sasso. Avevo una scusa lì bella pronta, proprio la settimana in cui si fa il carico stagionale al Rifugio Franchetti; due braccia fanno sempre comodo per sistemare le provviste, preparare le pedane, faticare per due giorni, insomma. Purtroppo però le mie braccia erano flaccide e malaticce a causa del souvenir riportatomi dal mio recente viaggio in Perù: una bella infezione intestinale con i controfiocchi. Parto lo stesso, se mi muovo piano non ho troppa nausea, una mano la riesco a dare lo stesso. Oltre al problema di salute, non appena partito da casa mi si accende la spia dell’abs della macchina…ci mancava solo quello. Arrivo al primo rettilineo, guardo negli specchietti, non arriva nessuno, a quel punto do un bel pestone sul freno. Come temevo le ruote si bloccano. Vabbè, continuo lo stesso, abs rotto non significa che i freni sono rotti, significa soltanto che la mia macchina ha appena fatto un salto indietro nel tempo di dieci anni, che problema c’è? Arrivo sano e salvo, aiuto il primo giorno, di più il secondo e finalmente dopo due giorni passati a lottare tra nausea e fatica decido di concedermi un po’ di relax restando un paio di notti al Franchetti.
Sarà stata l’aria di montagna, il bombardamento di medicinali o entrambi, chi lo sa…fatto sta che passo in due giorni dal mangiare solamente crackers alle salsicce e miglioro ogni ora di più. Decido allora di salire la vetta Orientale del Gran Sasso, risalendo la via ferrata Ricci e scendendo dalla via normale. Chiamo Stefano e gli propongo la cosa. Inutile dire che l’idea lo entusiasma subito e accetta, appuntamento l’indomani alle 10h al rifugio Franchetti.
L’indomani, per ammazzare il tempo aspettando Stefano, scendo con Luca fino al tratto attrezzato del sentiero che porta al Riugio Franchetti. Armati di pale iniziamo a liberare il sentiero. Scaviamo per circa un’ora. Alla fine dietro di noi possiamo osservare un lungo corridoio che taglia il pendio, utile per permettere ai meno esperti di raggiungere il rifugio durante questo periodo dell’anno, periodo in cui la neve ancora abbonda in quota. Finito il primo tratto risaliamo qualche decina di metri e ricominciamo a scavare. Purtroppo notiamo che il sentiero è crollato in due parti, una particolarmente esposta. Speriamo che chi di dovere, il Parco in questo caso, si dia una mossa e lo sistemi al più presto, sarebbe un peccato e un pericolo lasciarlo così, in balia di se stesso.
All’altezza del secondo nevaietto ci raggiunge Stefano, provato dalla salita. Con la strada e la cabinovia chiuse è dovuto salire a piedi dai Prati passando in pratica sotto i piloni degli impianti, che gran sfacchinata soprattutto se si pensa al gran caldo che fa in questi giorni. Ci riposiamo qualche minuto e saliamo insieme verso il Rifugio dove passiamo un’abbondante mezz’ora a chiacchierare.
Dal Franchetti arrivare all’attacco della ferrata è un attimo. Un facile sentiero taglia il pendio del vallone delle Cornacchie fino a raggiungere la base della parete ovest della vetta Orientale. C’è ancora neve e siamo costretti ad usare la piccozza per affrontare i nevai. Uno di questi, particolarmente fastidioso, si trova proprio all’attacco e costringe chi si vuole assicurare sin dai primi metri a fare qualche acrobazia.
Stefano, ultimi metri del primo tratto della Ricci. Sullo sfondo il sentiero e i nevai.

Continuiamo la nostra salita e nel mentre mi domando se chi ha attrezzato la ferrata era un nano. Il cavo infatti è ancorato al suolo e sono costretto a camminare con la schiena chinata per tutto il tempo. Un po’ è anche colpa mia probabilmente: non ho un vero è proprio set da ferrata convenzionale. Vado su con un paio di cordini e moschettoni e i cordini non sono proprio lunghi lunghi. A tratti sono tentato di slegarmi perché si va su camminando senza problemi, poi penso al vento, alla possibilità che caschi qualche sasso, al ruzzolone che farei in caso di caduta.. vabbé ho capito, resto legato.
Da qualche parte prima della vetta. Il sottoscritto mentre fa lo stupido.

Andiamo su piano piano, godendoci ogni passo, ogni scorcio del paesaggio. Questo è particolarmente suggestivo, soprattutto quando si arriva nei pressi dell’anticima Nord della vetta Orientale da dove si può osservare il baratro formato dal paretone. Devo dire che è abbastanza impressionante sapere di avere mille metri di vuoto lì a pochi centimetri di distanza. Gli alberi a valle sono microscopici e le macchine sull’autostrada sono come formiche che si muovono su un filo d’erba secco. Chissà se un giorno avrò il coraggio e le capacità di infilarmi dentro quella parete, staremo a vedere, per ora mi godo il resto di queste montagne.
Il paretone e sullo sfondo il Centenario e la piana di Campo Imperatore.

Il Ghiacciaio del Calderone e la vetta Occidentale del Corno Grande.

Sono deluso, ma purtroppo non posso farci assolutamente nulla. Avevo sperato che il tanto camminare in Perù, la prolungata permanenza a quote intorno ai 4000m portasse qualche beneficio, ma nulla. La mia infezione intestinale mi ha debilitato in modo impressionante e ora mi ritrovo ad arrancare su questa cresta. Non vedo l’ora di arrivare in vetta, sono stanco morto e ho una fame da lupi. Nell’ultima settimana ho mangiato 200gr di riso, 100gr di pasta, 10 crakers, 3 patate e 2 yogurt. Non vedo l’ora di tornare al Rifugio e mangiare fino a scoppiare. Per fortuna mi sento meglio e il mio grande appetito ne è la prova. Divoro le 3 barrette che avevo nello zaino e mi sbrigo, corro per concludere il giro, spinto dalla fame che mi disturba sempre di più.

Dopo aver raggiunto la vetta ecco che ritorniamo sui nostri passi per andare a riprendere la via normale. Il sentiero è molto articolato e a tratti scivoloso a causa degli innumerevoli detriti sparsi in giro. Stefano inizia ad accusare la salita; in fin dei conti si è fatto 1400 e passa metri di salita oggi, mica male!! Mentre scendo faccio fatica a seguire la traccia nonostante i pallini, recentemente rinfrescati, del sentiero. Sbaglio strada un paio di volte ingannato dall’acqua che scende copiosa ostruendo i passaggi logici ma poi alla fine eccoci finalmente nel Calderone.
La neve è morbida e si affonda fino alle caviglie, inadatta per “sciare” con gli scarponi. Tuttavia è perfetta per andare giù di corsa… e così in tempo record raggiungiamo finalmente il Rifugio, si mangia!!
