Jul 02 2010

La grande traversata.

Published by franganghi at 7:02 pm under Escursionismo

Sono le 4:40, suona la sveglia. Il grande giorno è arrivato. E’ passato poco più di un anno da quando, durante una delle mie innumerevoli trasferte da Roma verso il Gran Sasso, osservando la lunga catena montuosa, ho pensato a questo progetto: la traversata integrale del massiccio, dal passo delle Capannelle fino a Vado di Sole. Quaranta chilometri o poco più, da farsi tutti in cresta e toccando tutte le cime.

Mi sento pronto, in ottima forma fisica e psicologicamente preparato ad affrontare la grande fatica che ci aspetta. Con me c’è Stefano, che ho distolto dai suoi allenamenti per una prossima maratona, ed è quindi allenato al punto giusto. Ce la possiamo fare!


Alle 6:15 ci mettiamo in marcia e iniziamo la lunga salita che ci porterà in cima al San Franco, prima vetta della traversata. Come al solito parto a rallentatore, mi devo scaldare, sciogliere le gambe, dare un ritmo al mio respiro, sempre con l’affanno all’inizio di ogni escursione.

Saliamo il tratto iniziale della cresta, costeggiando delle vecchie miniere e poi affrontiamo i primi prati; ci voltiamo e guardiamo il passo. La macchina non si vede più ormai, la strada è diventata un sottile filo e noi siamo sempre più carichi emotivamente. Tutto ad un tratto sento Stefano chiamarmi: “Guarda!”. Mi volto, cerco con lo sguardo e finalmente vedo un grosso rapace volteggiare sulla valle. Lo osserviamo per qualche istante prima di rimetterci in marcia.

Ci muoviamo con un ritmo sempre più deciso verso la linea che il sole traccia sull’erba, il quale però appare solo timidamente tra una nuvola e l’altra. Tira vento, un vento freddo e incostante. Inizio a preoccuparmi, intorno a noi moltissime nuvole e questo forte vento. Su internet avevo visto invece che doveva essere bello, senza una nuvola…come al solito le previsioni sono sbagliate. La mia preoccupazione sale alle stelle non appena vedo la vetta del San Franco (2096m.) scomparire avvolta nella nebbia.

La nostra cartina è decisamente inadeguata; 1:35.000, sentieri tracciati male e pezzi mancanti, come tutta la parte del San Franco, ma mi fido delle mie capacità di orientamento e vado avanti. E’ sembrata quasi una congiura, sia la cartina buona di Stefano che la mia sono sparite, impossibile ritrovarle, inghiottite dalle nostre rispettive case.

La salita verso il San Franco. E’ incredibile pensare come sia cambiato il tempo nell’arco di mezz’ora (vedi video). Foto: Stefano Scifoni.


Controllo la quota e la nostra direzione sull’orologio costantemente, mentre prosegue la lenta salita. Siamo avvolti da un fitta nebbia e il vento non fa che prenderci a schiaffi. Stefano, molto più leggero di me, a tratti si ferma, si irrigidisce e si arpiona al terreno cercando di contrastare il vento che se lo vuole portare via. Evito dunque la cresta, e superiamo così la vetta del San Franco passando 50 metri più in basso. Pazienza, la visibilità era di 10-15m e il vento ci costringeva a camminare inclinati, non era il caso di esporsi ancora di più. Ad un tratto però le nuvole si diradano e cala il vento. Ci ritroviamo in cresta, sull’anticima del San Franco. Scendiamo lungo di essa e proseguiamo fino alla Sella del Belvedere. Il vento nel mentre ricomincia a soffiare forte e sono costretto a camminare senza usare i bastoncini che mi finiscono tra le gambe a causa delle raffiche. Di nuovo cala il vento ma la nebbia ritorna fitta. L’aria umida e fredda ci irrigidisce i muscoli e le dita, aggrappate ai bastoncini, sono rosse e doloranti. Ovviamente con noi abbiamo dei guanti ma sono accuratamente incastrati in fondo allo zaino, tanto adesso esce il sole, tanto adesso esce il sole, no?

Il sentiero, tagliando il profilo ondulato della montagna, costeggia delle balze rocciose ed è proprio arrivandovi che riesco, per l’ennesima volta, a dare il meglio di me.

“Ste, ma che è quel coso?”

“Dove?”

“Lì sulle rocce… ma è un cavallo, ma che ci fa un cavallo qui?”.

“ A Giusé ma ha le corna!”

“Ma no, sono le orecchie dritte”

“ A Giusé è un camoscio”

“Ahhh è vero!!!”

Lo guardiamo, lui ci guarda e poi scompare nella nebbia. Continuiamo la nostra strada.

Saliamo in vetta allo Ienca (2208m.), attraversiamo il Piano di Camarda (2050m.) e da lì arriviamo in vetta al Pizzo di Camarda (2332m.). Ci fermiamo un po’ a riposare e divoriamo qualche barretta energetica e altri intrugli vari. Il tratto appena affrontato è decisamente quello più duro, con la sua ripida salita. Inoltre siamo spesso fuori sentiero o su tracce lasciate dagli animali, il che complica la progressione. Non ci sono, infatti, segnaletiche del CAI e quelle che di rado incontriamo segnano vie logiche e decisamente evidenti e risultano quindi del tutto inutili. Dal Pizzo di Camarda scendiamo verso la sella delle Malescoste (2229m.) e attraversiamo dunque l’omonima sella. E’ proprio durante il primo pezzo di discesa che incontriamo un altro abitante della montagna. Davanti ai miei piedi vedo scomparire tra le rocce, di sfuggita, un bel esemplare di vipera dal colore olivastro con linee rossicce. La sua coda corta e il suo corpo tozzo non lasciano ombra di dubbio sulla tipologia di serpente. Proseguo un po’ più guardingo ma comunque abbastanza tranquillo dato che il calore del sole, ancora una volta, viene smorzato da qualche nuvola passeggera e dubito che col tornare del fresco i serpenti se ne stiano fuori.

In vetta allo Ienca.

Dalle Malescoste la visuale sulla valle del Chiariano e sul monte Corvo è fantastica e quasi ad ogni passo volgo lo sguardo alla mia sinistra, studiando la zona mentre il mio cervello è in piena attività, pensando ad una prossima gita da quelle parti.

Le malecoste.


Arriviamo in un batter d’occhio alla cima Wojtyla (2425m.). In un batter d’occhio, sì. Quasi corriamo sul sentiero e sugli ultimi nevai rimasti a costeggiare la cresta; la loro neve ancora abbastanza dura ci permette infatti di effettuare discese fulminee scivolandovi sopra. Inoltre le barrette e le altre schifezze ingurgitate prima ci hanno riempito di energie, come se l’escursione fosse cominciata in quel momento, come se i chilometri ed il dislivello accumulati fino ad allora non ci fossero mai stati. Anche Stefano prova le mie stesse sensazioni, cosa ci avranno messo dentro quelle barrette? Meglio non indagare…

Sempre in cresta diretti verso Monte Cefalone. Foto: Stefano Scifoni.

Sulla frastagliata cima Wojtyla restiamo pochi attimi. La meta, sempre più vicina, ci attira come una potente calamita. D’altronde, dopo tutto questo camminare ci sta venendo una gran fame e non sono certo due barrette a saziarci e placare il nostro stomaco che reclama. Al momento di ripartire però ci troviamo in difficoltà…da dove si passa? Guardiamo a destra, a sinistra, mi affaccio dai salti ma vedo solo passaggi impegnativi, possibile che non ci sia un’altra strada? In lontananza vediamo delle persone e chiediamo. “Si passa da lì, dove c’è il buco tra le rocce”. Guardiamo verso la direzione indicataci e davanti a noi ritroviamo, in versione miniaturizzata, il caratteristico passaggio a “tunnel” della via normale per il Corno Piccolo. Uno scivolo di terra e detriti conduce ad un piccolo canale sovrastato da un masso che sembra poter cadere da un momento all’altro. Stefano passa esternamente, io invece, vengo preso dall’impazienza, lancio i bastoncini oltre il “tunnel” e mi infilo con irruenza. Passo, mi riempio di terra i pantaloni ma sono di nuovo sul sentiero che divoro a grandi passi. Mi giro per guardare Stefano, ancora alle prese con il masso da superare, lo aspetto e ripartiamo.

La valle  del Venacquaro.


Superiamo facili rocce e costeggiamo uno spaventoso tratto esposto. Non si tratta del solito pendio ripido; a un metro dal bordo, vedo solo la valle come se sotto i miei piedi ci fosse il vuoto, come se stessi camminando sul bordo di uno strapiombo. Cerco di non pensarci, mi concentro sui miei piedi. Dall’altro lato anche la situazione non è delle migliori, ma continuo, lo sguardo inchiodato sui miei piedi. Per fortuna non è lungo e anche questo ostacolo viene superato in fretta ma soprattutto in maniera dignitosa. Neanche una mano a terra per tenermi né ho preso in considerazione l’idea di procedere a carponi, sto facendo progressi! Ogni tanto vedo un chiodo e con disinvoltura, cercando di mascherare la paura di cadere nel vuoto, mi giro e dico a Stefano: “C’è un chiodo qui!”.

Arriviamo finalmente al sentiero che porta in cima al Pizzo Cefalone (2533m.). Saliamo come due furie e in pochi minuti siamo lì, seduti sotto la croce intenti ad ammirare il panorama. Si vede praticamente tutto. La Val Chiarino, la Valle del Venacquaro, la Val Maone, il Monte Corvo, il Pizzo di Intermesoli e il Gran Sasso, la lunga cresta e la serie di vette appena percorse, Campo Pericoli e il rifugio Garibaldi…ci potrei passare le ore. Ma non adesso, non oggi, è l’ora di pranzo, lo stomaco reclama e ho finito la razione giornaliera. Le altre barrette nello zaino sono per domani e non le devo toccare, se non arriviamo troppo tardi al rifugio magari ci fanno ancora pranzare.

Dopo qualche foto in cima al Pizzo Cefalone ci rimettiamo dunque in marcia. Il primo tratto è ripido e frastagliato, con alti gradini da superare. E’ lì che inizio a sentire un disturbo al ginocchio sinistro, un piccolo punto di dolore sull’articolazione, sul lato esterno. Rallento e cerco di caricarlo il meno possibile sfruttando al massimo i bastoncini. Per fortuna da lì a poco il sentiero si fa meno ripido e diventa anzi quasi pianeggiante, il dolore scema fino a che non lo sento più.

Arriviamo alla Sella della Portella (2260m.) e risaliamo la cresta che porta in cima al Monte Portella (2385m.) e da lì, finalmente, al Duca degli Abruzzi (2388m.), la nostra meta di oggi. Sono le 14:15, ci abbiamo messo esattamente 8 ore di cui 6 ore e 20 di marcia effettiva per percorre i 20,1 chilometri che separano il Passo delle Capannelle dal rifugio Duca degli Abruzzi.

Il rifugio Duca degli Abruzzi. Foto: Stefano Scifoni.


Siamo affamati e subito andiamo a reclamare del cibo. Mangiamo e ci sdraiamo sulle panche fuori dal rifugio. Siamo più o meno riparati dal vento che soffia incessante e il sole ci scalda le facce regalandoci quella tipica, piacevole, sensazione di tepore così rilassante. Senza rendermene conto mi addormento. Al mio risveglio mi metto a fare stretching, indispensabile per sperare di non avere problemi muscolari l’indomani, e poi con Stefano studiamo attentamente la cartina.

Nel tardo pomeriggio arriva anche Luigi, che domani ci accompagnerà nella seconda tratta. L’idea originale era quella di arrivare a Vado di Sole, ma di comune accordo con gli altri, e soprattutto per facilitare il nostro “recupero” a fine giornata, decidiamo di concludere la traversata a Fonte Vetica.

Entriamo ed usciamo dal rifugio cercando di far passare il tempo che ci separa dalla cena con più rapidità. Si chiacchiera, si gioca a carte, si stropiccia la cartina e si osserva la volpe. Una volpetta passa infatti ad un tratto davanti all’ingresso del rifugio. Luigi la vede e tutti noi corriamo sparpagliati di fuori. Eccola lì, sul sentiero, marca il territorio e poi se ne va quasi per nulla intimidita dalla nostra presenza.

Il Corno Grande visto dal Rifugio Duca degli Abruzzi. Foto: Stefano Scifoni.


Dopo un pomeriggio a mangiare salsicce e una nottata in cui vengo spento dalla stanchezza, la sveglia suona irruenta e fastidiosa come una zanzara che ti ronza nell’orecchio al momento di prendere sonno. Ci dobbiamo alzare…uff, ma chi me lo ha fatto fare?! Salto giù dal letto a castello e scuoto Stefano. Lui mi guarda, mi fa un cenno con la testa e si rimette sotto le coperte. “Be’?” “Mi sto cambiando!” “Ah, sembrava che fossi tornato a dormire!”.

Colazione abbondante e alle 6:30 muoviamo i primi passi. Realizzo subito che oggi per me non ci sarà nessuna traversata. Il fastidio al ginocchio si fa sentire da subito, l’articolazione è rigida, vengo subito distanziato dai miei compagni. Salgo lentamente la cresta e dopo poco arriviamo alla Sella di Monte Aquila (2355m.). Il ginocchio mi tormenta ad ogni passo, accenno la faccenda a Luigi e Stefano. Proseguiamo e dopo 35 minuti dalla nostra partenza siamo in vetta al monte Aquila (2494m.). Luigi mi dice di lasciar perdere, io lotto con sentimenti contrastanti. E’ un anno che aspetto, che ci penso, mi sento in ottima forma, non ho nessun dolore muscolare, il fiato è perfetto, ho recuperato benissimo dalla fatica di ieri. Solo il ginocchio, un dolore articolare che non avevo tenuto in considerazione mi separa dal mio progetto. Purtroppo questo dolore potrebbe peggiorare, come posso saperlo? “Vabbè, arriviamo a Vado di Corno, poi si decide”.

Stefano e Luigi, i miei compagni d’avventura.


Ogni tanto lungo la cresta ci fermiamo ad osservare le pareti del Corno Grande, i suoi canali e le sue guglie. Luigi mi ha proposto una bella traversata da fare quest’estate, spero di essere all’altezza di quell’ambiente; comunque si vedrà più in la, non è il momento di pensarci adesso. Sono concentrato nella marcia, il dolore al ginocchio è presente ma incostante. Sul piano o in leggera salita e discesa non ho troppi problemi. Non appena troviamo gradini di terra, rocce più alte e le discese o le salite si fanno più ripide, ecco che inizio a zoppicare vistosamente. Ormai mi sono arreso, non posso affrontare il Centenario in queste condizioni, devo rinunciare, ora si tratta solo di arrivare a Vado di Corno (1924m.) e poi all’auto, che si trova a Campo Imperatore.

Impieghiamo circa due ore dal Duca per arrivare al Vado. Anche Luigi e Stefano hanno deciso di lasciar perdere, mi sento in colpa. Ci ho provato, ma purtroppo il ginocchio non ne vuole sapere e a loro non va di continuare senza di me. Facciamo lunghe pause per osservare il panorama, la piana di Campo Imperatore, il Corno Grande e soprattutto la lunghissima cresta che si sviluppa davanti a noi. E’ spaventosamente immensa, spaventosamente bella, spaventosamente frastagliata. Sarà per la prossima volta, non appena il ginocchio si sarà rimesso ci riproverò!

Più tardi durante la giornata scopro che verso metà mattinata il cielo si era annuvolato e grandi nubi scure si erano andate ad arroccare proprio sulla nostra cresta, facendo sparire tutto dal Brancastello al Camicia. Ci è andata bene in fin dei conti. Se le condizioni meteorologiche fossero rimaste come quelle incontrate il giorno prima sul San Franco, ci saremmo ritrovati senz’altro in difficoltà vista la delicatezza di alcuni tratti del Centenario; inoltre le poche vie di fuga dalla cresta sarebbero state deleterie per il mio malandato ginocchio, a causa del terreno molto accidentato e ripido.

Day 1:

Dislivello totale in salita: +/- 2115m.

Dislivello totali in discesa: +/- 987m.

Chilometri percorsi: 20,1km.

Tempo in movimento: 6h20.

Tempo totale: 8h00.

Day 2:

Dislivello totale in salita: +/- 160m.

Dislivello totali in discesa: +/- 776m.

Chilometri percorsi: 7,4km.

Tempo in movimento: 2h30.

Tempo totale: 3h00.

<<Cartina del percorso>>


2 responses so far

2 Responses to “La grande traversata.”

  1. bummion 02 Aug 2010 at 6:28 am

    Il tratto del primo giorno è una traversata che ho in testa da tempo con gli sci. Complimenti, avverare i propri sogni è solo l’inizio.
    Personalmente proverei a farla in senso contrario, il centenario (partendo dal Duca per giunta) affrontato il secondo giorno mi sembra un po’ duro…

  2. G-Prodzon 02 Aug 2010 at 8:32 pm

    In quei giorni ero parecchio allenato e (ginocchio a parte) non eravamo stanchi.
    Mi piacerebbe un giorno, dopo aver concluso la gita come la volevo fare originariamente, ripeterla da Fonte Vetica alle Capanelle nell’arco di 24h. Penso che si possa fare ma mi ci vorrà tantissimo allenamento e una guarigione completa del ginocchio. A quel punto partirei da Fonte Vetica per evitare i pezzi brutti quando si è più stanchi.

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