Oct 27 2010

Dubai. Ottobre 2010.

Published by at 7:35 am under Ecology,Stories,Viaggi

Avrete senz’altro notato che ultimamente l’aggiornamento del sito ha subìto un brusco rallentamento. Purtroppo ho avuto molto da fare e, tanto per complicare il tutto, mi sono anche trasferito nell’emisfero sud, probabilmente (ma andrebbe calcolato con precisione) nel posto sul globo più distante dall’Italia.  Organizzandomi meglio, sarei riuscito a pubblicare più articoli e foto, ma chi mi conosce sa che “disorganizzazione” e “procrastinare” sono due vocaboli inventati per il sottoscritto. Comunque, eccomi qui a Wellington, in Nuova Zelanda, sempre con pochissimo tempo a disposizione; ma partiamo dall’inizio.

La zona sottostante il Burj Dubai.


La prima tappa della traversata globale era prevista nella “condizionata” città di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. L’arrivo in aeroporto ci fa subito capire la misura del posto, qui tutto è enorme. L’aereo impiega ben 30 minuti dal momento in cui tocca terra a quando raggiunge il gate. In seguito, occorre lo stesso tempo per lo spostamento in navetta! All’interno dell’aeroporto delle gigantesche colonne sostengono un soffitto altissimo; sono tanto grandi da ricordare le opulente colonne della basilica di San Pietro.

All’interno del museo di Dubai si puo’ ammirare una serie di statue rappresentanti particolari mestieri o scene di vita di altri tempi.

Subito iniziano gli incontri con donne velate e uomini barbuti vestiti con il tradizionale abito bianco noto col nome di kandoura. La stoffa bianca, per esigenze climatiche e religiose, copre fino ai piedi chi lo indossa. Per finire il completo, sul capo, l’immancabile e ormai famosa gahfia tenuta ferma da una doppia treccia di lana nera. Le donne, vestite solitamente di nero – per motivi tradizionali –, usano un abito chiamato anch’esso kandoura e hanno i capelli rigorosamente coperti. Alcune di esse portano sul volto un sottile velo, il gishwa. L’impatto è immediato, subito si capisce di essere entrati in un altro mondo, in un’altra cultura, non c’e’ alcuna possibilità di sbagliarsi. La fila è piena di gente “diversa”, anche se in realtà qui gli unici diversi siamo noi, stranieri in terra straniera.

La costruzione di isole arficiali procede a ritmo frenetico. Speciali navi dragano i fondali per raccogliere la sabbia la cui grana, piu’ grossa rispetto alla sabbia del deserto, risulta più adatta alla costruzione delle isole artificiali. 

Lunga vita all’aria condizionata! Tante volte ho benedetto questa comodità dell’era moderna, specialmente durante le nostre torride estati, mentre boccheggiavo bloccato dentro un forno in mezzo a ingorghi interminabili. Qui mi sono reso conto che quello non era nulla, l’afa estiva romana non è nulla se confrontata con quello che succede qui. L’impressione è quella di trovarsi dentro una foresta tropicale, tra un rovescio e un altro, ma con l’aggravio della temperatura che qui, in questo periodo, rasenta i 40 gradi (e a detta di alcuni questo non e’ il periodo peggiore, anzi…). Usciamo all’aperto ma non appena finisce il raggio d’azione del condizionatore soffochiamo, non riusciamo a capire nulla, neanche come prendere un taxi. Riattraversiamo la barriera termica, abbandoniamo un istante l’aria pesante per rinfrescarci la mente e capire dove dobbiamo andare. Il caldo qui uccide, impedisce di ragionare. Solo pensare ti fa sudare, e per una persona come me che soffre tantissimo il caldo, stare fuori significa farsi violenza. Troviamo un taxi, acceleriamo il passo ogni volta che dobbiamo uscire da ambienti climatizzati, tratteniamo il respiro. Arrivati in albergo ci sistemiamo in una stanza dove l’aria condizionata e’ regolata a 15 gradi… Alziamo subito ovviamente, il piumino sta in fondo al borsone, non pensavo di doverlo usare da queste parti.

La natura (il mare), l’antico (ricostruito di recente) e il nuovo (avveniristico).

Il Burj Al-Arab. Sette stelle e divieto d’ingresso, a meno che non decidiate di sborsare 30 euro per una visita.

Qui, chi se lo può permettere ovviamente, passa il tempo rinchiuso in ambienti climatizzati. Questa è la vita di chi vive a Dubai. Per strada si vede pochissima gente – fa così caldo che le fermate dell’autobus sono chiuse e climatizzate – e fra questi pochissimi non si vedono in pratica quasi mai  i “locals”. In una città in cui solo il 17% della popolazione è nata negli Emirati Arabi Uniti la cosa non sorprende. E non sorprende neanche questo alto tasso di immigrati, in realtà. In una città dove vengono costruiti palazzi enormi, hotel di extra lusso e quante più diavolerie i soldi possano comprare, c’e’ sempre bisogno di braccia per far funzionare il teatrino. Ecco dunque che entrano in gioco gli immigrati, poveri, provenienti principalmente dall’India e dal Pakistan.

Purtroppo questo grande afflusso di braccianti, unito a una severa legislazione sull’immigrazione e ai precetti della religione locale crea un mix esplosivo. Ci sono, infatti, tre volte più uomini che donne a Dubai. Uomini, spesso sposati nei loro paesi di origine ma cui è negato il diritto di far venire le proprie famiglie. Se alla frustrazione di alcuni si aggiungono le “possibilità” offerte ad altri da un’errata lettura di alcuni precetti della sharia – vedasi il fatto che se una donna viene stuprata la colpa ricade su di lei – si capisce bene dove si può arrivare e l’entità che può assumere il problema. Le autorità cosa fanno? Come spesso succede, nulla; anzi, affondano con vigore il coltello per ferire ulteriormente le vittime di violenza. Le donne qui hanno paura di denunciare i loro aggressori. Spesso finiscono per essere loro stesse quelle incarcerate aggravando l’umiliazione che stanno affrontando. Altre volte i loro aguzzini se la cavano con lievi condanne per “sesso illecito” com’è successo all’aggressore di una turista inglese, la quale si trovava in vacanza con il fidanzato all’inizio di quest’anno. La parola “stupro” resta un tabù e le denunce continuano a essere prese alla leggera dalle autorità.

Sembra quasi una megalopoli di qualche anime’ giapponese.

Si sa, il marcio esiste ovunque e ogni città ha i suoi problemi, ma ci sono anche altri aspetti a dir poco affascinanti che non possono non essere menzionati. Uno di questi, che più ha catturato la mia attenzione, sono senz’altro le costruzioni.

I soldi del petrolio e l’eccentricità dei potenti locali – di uno in particolare, il “visionario” Mohammed bin Rashid Al Maktoun, noto ai più come Sheikh Mohammed – hanno permesso di trasformare questo pezzo di Arabia nella capitale dell’architettura d’avanguardia. Qui – e dove altro potrebbe? – sorge la più alta struttura costruita dall’uomo. Quasi ispirandosi alla mitica torre di babele, il Burj Khalifa – meglio noto come Durj Dubai – e’ stato innalzato fino all’incredibile altezza di 828m in soli 6 anni di lavori. Oltre a vantare il titolo di edificio più alto, il Burj Dubai ha polverizzato altri 14 record mondiali non solo grazie a dati quali il numero di piani o il fatto che possieda al suo interno la piscina e la moschea più alte del mondo. Ben più interessanti, infatti, risultano i record tecnici, come quello della gettata di cemento più alta o dell’ascensore con il percorso continuo più lungo al mondo.

Costruire questi edifici implica, oltre ai notevoli costi, imbattersi anche in problemi del tutto nuovi, vere e proprie sfide all’ingegneria moderna. Ad esempio, uno dei problemi del posto era il fondo sabbioso poco adatto alla costruzione di grattacieli. La soluzione si è avuta con lo sviluppo di trivelle compattatrici che tramite le vibrazioni sono in grado di eliminare lo spazio tra i granelli di sabbia. In questo modo, il terreno prima cedevole, diventa duro come la roccia.

Questa nuova tecnica è stata poi usata anche durante la creazione di The Palm, una penisola artificiale a forma di palma. Tonnellate di sabbia presa dal fondo marino è stata accumulata e compattata per “rubare” terra al mare. Anche qui le difficoltà sono state notevoli. Da un lato vi era il problema della gestione del ricambio dell’acqua nelle parti più chiuse e dall’altro quello dell’erosione. Per quest’ultimo punto è stato adottato un sistema di barriere piene di fori, i quali grazie al loro potere smorzante, riducono drasticamente gli effetti del moto ondoso.

Questa particolare soluzione è stata adottata anche sulle sponde dell’isolotto artificiale sul quale è situato il Burj al-Arab, un lussuoso hotel a forma di vela, conosciuto, oltre che per il suo lusso sfrenato, anche per eventi e pubblicità girate sulla sua sommità con personaggi del calibro di Andre Agassi, Roger Federer o Tiger Woods. Ma tralasciando questi gossip,  l’edificio in questione ha una particolarità molto più interessante dal mio punto di vista. La pannellatura che ricopre gran parte dell’albergo è stata realizzata pensando ai problemi di calore che potevano sorgere all’interno della struttura. Si è cercato, in fase di progettazione, di strizzare l’occhio al consumo energetico e applicare soluzioni in tal senso.

Vicino al Dubai Creek sono state ricostruite alcune costruzioni tradizionali della zona. Si possono vedere le caratteristiche wind towers dove alle finestre venivano stesi teli bagnati che rinfrescavano l’aria.

Altri progetti, alcuni dei quali non sono stati ultimati a causa della crisi economica mondiale, prevedevano l’adozione di particolari soluzioni “ecologiche” ben più audaci. Una di queste consiste nell’utilizzare l’energia eolica per rafforzare la ventilazione degli edifici diminuendo al tempo stesso il lavoro dei ventilatori. Collocando i condotti di ventilazione con gli ingressi rivolti verso le zone più ventose si può arrivare a riduzioni dell’ordine del 6-15% sul consumo elettrico su base annua. Altri invece vanteranno sistemi di raffreddamento capaci di sfruttare le differenze di pressione e temperatura dell’aria in quota e funzioneranno unicamente con l’energia prodotta dai pannelli solari sull’edificio.

Il Burj Dubai.

Un’altra struttura la cui architettura e’ stata pensata con un occhio ai consumi e’ l’O-14, un grattacielo dalla struttura innovativa. Al contrario delle costruzioni classiche, nell’O-14 la struttura portante, lo scheletro, è stato costruito all’esterno. Oltre al look il grande vantaggio del design di questa struttura è stato quello di creare una zona cuscinetto, un layer, tra l’infernale caldo esterno e le zone per uso abitativo. Anche qui il risparmio energetico per il raffreddamento è notevole ed anche qui il merito va attribuito a un sapiente design in fase di progettazione.

Il progetto ricorda, almeno nei tratti salienti del suo funzionamento, le wind towers costruite dalle antiche popolazioni nomadi. Non ci siamo inventati nulla, insomma. In virtù della necessità di sfruttare il posto a fini commerciali, infatti, nell’antichità le popolazioni locali dovevano cercare di addomesticare quanto più possibile l’ambiente e, si sa, l’uomo è un fenomeno quando si tratta di soggiogare l’ambiente; è proprio in questi casi che da il meglio di sé.

Purtroppo non sempre l’essere umano è coerente e Dubai ne e’ un tipico esempio. La città brulica di cartelli inneggianti all’ecologia, ma mi guardo intorno e mi domando chi stiano prendendo in giro. Ci sono auto di grossa cilindrata ovunque (visto il costo del greggio da queste parti, anch’io potrei mantenere un 4.000 V8 come auto per tutti i giorni…), per non parlare dei grattacieli. Cantieri ovunque, case in vendita ovunque, grattacieli ovunque, tutti immancabilmente vuoti. Qui si costruisce senza sosta ma manca la materia prima, gli abitanti.

Alla prossima tappa.


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