Nov 16 2010

Singapore. Ottobre 2010.

Published by at 6:24 am under Photography,Stories,Viaggi

Molto spesso quando si va in un posto per la prima volta, dentro la nostra mente inizia un laborioso processo. La nostra immaginazione viene stimolata e, attingendo dal nostro bagaglio di memorie, costruisce città, volti, comportamenti, paesi…

Per me Singapore non faceva eccezione. E come avrebbe potuto? Ormai questa piccola grande megalopoli asiatica ha acquisito una tale notorietà che risulta difficile non averla neanche mai sentita nominare. Ultimamente poi, con l’approdo del grande circo mediatico della Formula 1, la città è stata“proiettata”nelle case di più di un miliardo di persone. Ma torniamo alla differenza tra realtà e immaginazione: mi aspettavo un posto diverso.

Marina Bay – Singapore


Mi ero fatto un’idea di una città compatta, un monoblocco di cemento arroccato su un microscopico isolotto e mi sbagliavo. In taxi, dall’aeroporto all’hotel, guardo dal finestrino e vedo del verde, vedo spazio, ci vuole del tempo per arrivare all’hotel, molto di più di quello necessario nella mia fantasia di Singapore. Sono stanco e lì per lì non presto troppa attenzione a questi miei strani pensieri. L’indomani tuttavia, girando per la città, mi rendo conto che è notevolmente diversa da come me l’aspettavo. Singapore non è certo grande, ma secondo quanto stabilito dalla mia mente, non avrebbe dovuto essere più grande di un guscio di noci…vabbè!

Gioielliere. Little India – Singapore

Ci sono poi altre stranezze, distorsioni, divergenze tra l’idea che mi ero fatto di quel posto e la cruda realtà. La prima riguarda la questione“pulizia”. La leggenda narra che la città-stato di Singapore sia una piccola perla di pulizia e igiene nel caotico sud-est asiatico. La realtà è però un po’ diversa, ogni tanto qualche cartaccia per terra si trova. Sia chiaro che comunque stiamo parlando di una cura per la cosa pubblica ai livelli dei paesi scandinavi (non certo come da noi…). Qui la gente se deve sputare lo fa dentro i cestini della spazzatura! Questa fobia per la pulizia purtroppo però non è stata estesa anche agli odori. Odori, o meglio orrori olfattivi, che mi hanno costretto ad una rapida ritirata dal mercato indiano. Forse gli altri erano abituati, non lo so, ma io stavo male, volevo scappare, mi veniva da vomitare in mezzo a quelle bancarelle in cui la carne e il pesce sapevano di umido, di morto. Neanche in Perù a Huaraz, nel cui mercato mi ero avventurato un giorno all’alba, mi era capitato di sentire odori cosi disgustosi. Eppure le condizioni igieniche non erano molto diverse. La disposizione delle bancarelle era molto simile, con i muretti rivestiti di mattonelle bianche e infissi di ferro da chiudere con grossi lucchetti usurati. I vetri, quando presenti, erano opachi e così sarebbero rimasti. Neanche una confezione concentrata di acido muriatico sarebbe riuscita ad avere la meglio su quella patina. All’interno e intorno a questi cubicoli/bancarelle, la merce sparsa. Le mosche, internazionali, sono presenti in abbondanza sia per aria sia sul cibo. Si vedono animali squartati appoggiati sulle mattonelle bianche, altri per terra con un rivolo di sangue che fila dritto verso un tombino. A dare colore, oltre al sangue, alcuni fiori e foglie verdi mischiate alla carne e al pesce oppure appesi al soffitto, come a voler scacciare quell’odore nauseabondo. Mi allontano in fretta, salgo le scale che portano al piano superiore del mercato…

Little India – Singapore

Per mia fortuna la puzza sparisce e lascia spazio all’odore delle spezie, dell’incenso e delle stoffe. Il piano superiore del mercato è, infatti, dedicato all’abbigliamento. Lascio le mie gambe trasportarmi in mezzo a queste bancarelle di vestiti sgargianti pieni di ricami e particolari brillanti. Vago alla ricerca di qualche soggetto interessante da fotografare ma faccio fatica. Le persone sono diffidenti, si girano, non riesco a non farmi notare con quel mattone nero appeso alla spalla. Poi una scena attira la mia attenzione, una donna si sta facendo dipingere un mehndi, mi avvicino. Saluto, faccio domande, parlo e una volta rotto il ghiaccio chiedo il permesso e scatto.

Mehndi, un tatuaggio temporaneo eseguito con henné (Lawsonia inermis). Little India – Singapore

Tornando alle differenze tra la mia visione di Singapore e la realtà, oltre al fatto della pulizia sono rimasto sorpreso dalla quantità di verde che si vede in giro. Le zone centrali che ho avuto modo di visitare erano piene di piante e alberi. La vicinanza con l’equatore favorisce sicuramente il diffondersi della vegetazione, ma c’e’ da aggiungere che in alcune zone questa e’ stata intensionalmente salvaguardata dalla distruzione selvaggia per mano dell’uomo. Esempio agli antipodi, la zona di Marina Bay, quartiere ultramoderno reso famoso dal circuito cittadino di Formula 1 in cui la vegetazione perde il suo essere naturale, caotico, locale, e diventa un prodotto omologato, globale, posto e cresciuto in ambienti artificiali per soli fini estetici. A Marina Bay, infatti, sono spariti gli alberi enormi con radici tentacolari che si diramano in ogni direzione, sono sparite le liane penzolanti, le piante parassite e le altre decine di specie a me sconosciute. A Marina Bay troviamo l’alberello, con il tronco pulito e la chioma tonda replica dello schizzo

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fatto dall’architetto nel suo progetto. Per vederlo dal vivo non serve venire a Singapore, basta visitare un centro commerciale, l’alberello è uguale a Roma, New York, Mosca, sempre gli stessi, perfetti come vuole il progetto.

Marina Bay – Singapore

Operai che riposano. Marina Bay – Singapore

Marina Bay – Singapore

Dopo la full immersion di cemento a Marina Bay, ci serviva una full immersion di verde. Con solo mezza giornata a disposizione le possibilità non erano molte e alla fine si è deciso di visitare il Jurong Bird Park. Aperto nel 1971, con una superficie complessiva di 20.2 ettari e 4,600 uccelli di 380 specie diverse, è il parco ornitologico più grande del mondo.

Ero combattuto all’idea di regalare i miei soldi a organizzazioni che tengono gli animali rinchiusi nelle gabbie, ma alla fine, ha prevalso la mia voglia di scattare foto. In Italia purtroppo l’avifauna è quel che è: poca, diffidente e terribilmente complicata da fotografare. Avere a disposizione una mattina intera in un posto dove si riesce ad avvicinarsi a un metro dagli animali era un’occasione irripetibile.

Becco a sella asiatico – particolare (Ephippiorhynchus Asiaticus, Latham 1790)

Oltre alla possibilità di avvicinarsi, il parco permette a chiunque di vedere, o meglio intravedere, uccelli rari e spettacolari come gli uccelli del paradiso, di farsi sfiorare da una civetta e da un’aquila, di assistere a un combattimento scoiattolo-uccello (uno a zero) per un pezzo di papaia. Passeggiando in mezzo al verde non sembra quasi più di trovarsi a pochi passi da zone urbane. Il rumore assordante della città è sopraffatto dall’altrettanto assordante cantare degli uccelli.

Pellicano comune (Pelecanus onocrotalus)

Anche qui, come al mercato, vago ma, mentre al mercato i soggetti erano un po’ ostici, qui invece si mettono in posa, si sistemano per bene per farsi fotografare. Passo dieci buoni minuti in compagnia di una gru coronata sudafricana, assolutamente a suo agio di fronte all’obiettivo. Come una diva si gira da un lato, poi dall’altro, si mette al sole e mostra le sue piume sotto il profilo migliore. Io sono lì, accovacciato così vicino da sentirne l’odore, e scatto. Ad un tratto si gira, ho avvicinato troppo la fotocamera, ho invaso il suo spazio. Allontano lentamente la fotocamera, mi guarda per qualche istante e ricomincia a lisciarsi le piume scuotendo la testa. Continuo a scattare, faccio prove, cambio parametri, il mio soggetto mi permette di sperimentare. A quel punto mi viene l’idea di abbassare il tempo di scatto per catturare nella maniera più adeguata quel suo frenetico movimento di testa.

Gru coronata sudafricana (Balearica regulorum, Bennet 1834)

Jurong Bird Park – Singapore

Passa così il tempo fino all’ora X: si deve tornare in albergo, l’ennesimo aereo ci aspetta. Per spostarsi con i mezzi, Singapore non è la città più economica. Se si è in più persone, conviene senza dubbio prendere un taxi. Per tornare all’aeroporto ci affidiamo a questo strano e buffo signore, basso, rotondo, tremendamente gentile e premuroso che avevamo incontrato al nostro arrivo. Al contrario dei tassisti nostrani (possano essere tutti fulminati), questo buffo personaggio ci accoglie sul suo taxi come se fossimo a casa sua. Ci offre, da bere, degli snack, caramelle…in un taxi, vi rendete conto?! Da noi è già tanto se ti aprono il bagagliaio… Se vi capita di passare da quelle parti, chiamatelo, ne vale la pena.

David Teo – MaxiCab

Tel: 9003 1744

Email: tkt05@singnet.com.sg

Lasciamo così Singapore alla volta di Melbourne, un altro“piccolo”passo verso la nostra meta finale, la Nuova Zelanda.

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One response so far

One Response to “Singapore. Ottobre 2010.”

  1. Danielon 18 Nov 2010 at 4:30 am

    Awesome site. We should definitely go out for some landscape shooting in Welli.
    Please, write me back.

    ciao

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