Feb 09 2011

Mt Matthews. Novembre 2010.

Published by at 10:41 am under Escursionismo

Dopo un primo periodo di recupero delle forze e di buon vecchio turismo mi metto all’opera per dare sfogo alla mia voglia di montagna.

In realtà, nella zona di Wellington scopro subito che la situazione non è delle più entusiasmanti. Le montagne non sono particolarmente alte e siamo ben lontani dall’avere i nostri classici magnifici ambienti alpini. Il Rimutaka Range è la catena montuosa più vicina e dalla finestra della stanza ho un ottimo scorcio sulla sua lunga cresta, orientata su un asse nord-sud, che si inoltra nell’entroterra per più di 70 chilometri. Faccio un po’ di ricerca e scopro che la sua vetta più alta è il Mt. Matthews. Decido immediatamente che sarà la mia prima vetta in Nuova Zelanda!

Compro la cartina della zona e inizio a pianificare la mia escursione. Non nego di essere rimasto un po’ deluso dalla quota, appena 941 m., ma come quest’esperienza mi insegnerà, non esiste solo il dislivello verticale. Cado nella trappola e presto poca attenzione alla scala (grave errore!). In questo paese dove il “tramping” (l’equivalente del nostro “trekking”) è quasi uno sport nazionale, la scala più piccola delle carte topografiche è di 1/50.000!

Morale della favola non prendo bene le misure e rimango sorpreso leggendo nelle recensioni che si tratta di un’escursione di circa dieci ore. Sono così preso dall’idea di camminare che tutti questi “dettagli” passano in secondo piano e continuo sulla mia strada organizzando la salita. Ad ogni modo, dieci ore o quattro, mi piace sempre partire molto presto al mattino e dunque non fa molta differenza la durata della gita finché riesco a farla in giornata. La gamba spero ci sia ancora, cos’altro? Nulla, non ci sono problemi, basta aspettare una giornata di bel tempo.

Il bel tempo qui a Wellington, soprattutto in questo periodo si fa desiderare parecchio. Se la mattina piove, è probabile che alle 11:00 ci sia un sole che spacca le pietre e alle 12:00 un vento gelido, per poi ricominciare con un altro ciclo di cambiamenti pomeridiani. Passano i giorni e non sono ancora andato da nessuna parte. Così, spulciando qua e là su internet, scopro un club di escursionismo e vengo a sapere che stanno organizzando una gita proprio sul Mt. Matthews per il fine settimana in arrivo. Li chiamo…non li chiamo…li chiamo…non li chiamo e, alla fine, mi ritrovo a partecipare a un loro incontro settimanale dove conosco Murray, l’organizzatore di questa escursione. Vado via un’ora dopo con un numero di telefono e un appuntamento, domenica alle 7:00 davanti alla stazione centrale.

Al mattino della domenica sono emozionato, neanche fosse la prima volta che vado a camminare; non vedo l’ora di muovere i primi passi sul sentiero. Passa un’altra ora prima di cominciare e, una volta allacciati gli scarponi, inizio subito a notare qualche differenza rispetto al nostro modo di fare. La prima, e la più drammatica, è che non fanno nessuna colazione pre-escursione! Manca la materia prima – bar, caffè e cornetti – non che fossi particolarmente sorpreso, ma speravo in qualche sosta mangereccia prima della fatica. Altra assurdità mi sembra (lì per lì) la necessità delle ghette. Mi sono perso qualcosa? Non c’è mica neve…Infine, nessuno tranne ovviamente il sottoscritto, era munito di bastoncini da escursionismo.

Il sentiero è ben segnato, largo; dopo poche centinaia di metri, però, mi ritrovo al buio. Si entra infatti nella giungla e il mio GPS è il primo a pagarne le conseguenze. Non che faccia affidamento solo su di lui per orientarmi, dal momento che lo uso principalmente per geo-localizzare le foto che faccio e per avere il disegno di una traccia da postare sul sito, ma almeno una traccia disegnala! Il monitor sembra invece il gioco dei puntini che vanno poi numerati e collegati per creare un disegno. L’impressione è quella di trovarsi dentro una foresta pluviale e, di conseguenza, la crema solare portata in vista di una bella giornata di sole – stando alle previsioni – rimane per ora in fondo allo zaino. In Nuova Zelanda, a causa del buco dell’ozono localizzato proprio al di sopra del Paese, bisogna stare molto attenti ai raggi UV e un buon paio di occhiali da sole e della crema protettiva sono d’obbligo ogni volta che si esce.

Il sentiero è un continuo saliscendi con un gran numero di ponti da attraversare. I miei compagni di escursione, conosciuti la mattina stessa, non camminano, corrono. Inizio a preoccuparmi, sono allenato sì, ma dieci ore con questo ritmo chi li regge? Magari quando inizia la salita si danno una calmata. Staremo a vedere.

Interno della capannna Manuka.

Arriviamo finalmente lungo le sponde del fiume Orongorongo e incontriamo i primi “huts”, ossia i rifugi…Chiamarli rifugi, non ce la posso fare, mi sembra decisamente riduttivo. Li definirei piuttosto unità abitative in ambiente remoto dotate di un “discreto” ammontare di comfort. Letti con veri materassi, mobilio, caminetto, cucina, bagno, luce, acqua, addirittura il barbecue…ne vogliamo parlare?

Esistono centinaia di “capanne” sul territorio neozelandese. Alcune sono di libero accesso, altre appartengono a qualche club di escursionismo che ne permette un uso gratuito ai propri membri, altre appartengono alle varie municipalità. Queste ultime fanno parte di una vasta rete che si dirama su tutto il territorio nazionale e il cui accesso è garantito previo acquisto del “Backcountry Hut Pass” acquistabile per la modica cifra di 122 NZ $ (circa 70 euro – 12.2010) per 12 mesi di validità. Mica male!

Davanti ad una di queste “unità abitative” decidiamo di prendere la prima pausa. Sono passate esattamente due ore da quando abbiamo mosso i primi passi. Per darvi un’idea del ritmo, quando ho avuto bisogno di mettere o togliere strati del mio abbigliamento, ho dovuto farlo senza smettere di camminare; quando poi mi sono fermato qualche secondo per fare una foto, sono stato costretto a correre per qualche metro per raggiungere il resto del gruppo.

Se, quando si tratta di camminare, l’occhio è sempre puntato sulla lancetta dell’orologio, per quel che riguarda le pause si procede con estrema calma, specialmente quando ti viene offerto un tè caldo in mezzo alla giungla umida. Già, un bel tè caldo, preparato appositamente per noi da una simpatica famigliola che si accingeva a lasciare la capanna dove aveva passato la notte. La cosa fantastica è che poi al ritorno, ci succederà esattamente la stessa cosa, nello stesso identico posto. Questa volta a offrirci il tè sarà una coppia di anziani appena arrivati per passare la notte…Surreale.

Proseguiamo la nostra strada inoltrandoci sempre di più nella valle del fiume Orongorongo fino ad arrivare a un punto dove il sentiero costeggia il letto del fiume. Proseguiamo lungo tale sentiero per qualche chilometro e noto con dispiacere che i bei ponticelli di legno sono ormai spariti.

Inizio a cercare il punto più stretto per saltare i vari ruscelli che formano il fiume. Ne salto uno, poi un altro, mi giro e cosa vedo? I miei compagni di gita con i piedi immersi nell’acqua quasi fino al bordo superiore delle ghette. Mi viene immediatamente alla mente l’immagine dei miei piedi in Perù, dopo aver camminato otto ore con il pantano dentro le scarpe. Trattengo per un attimo un rigurgito, cerco di cancellare quella visione orrenda. Li guardo e penso ai loro poveri piedi dentro quelle scarpe, penso a stasera quando se le toglieranno in macchina, aiuto!

Mentre attraverso uno dei rami dell’Orongorongo.

Li faccio aspettare, mi siedo, prendo i calzini, li metto, infilo gli scarponi e li allaccio. Nessuno mi costringerà a bagnarmi i piedi volontariamente; è una delle cose più sgradevoli che ti possa capitare quando devi camminare per tante ore.

Tuttavia un buon motivo per tenersi le scarpe ai piedi ci può essere. Anzi, ci sono delle volte in cui non puoi fare a meno di questo piccolo sacrificio per evitare spiacevoli conseguenze. Non è questo il caso ma, se il fiume da attraversare avesse avuto una portata maggiore, un buon grip e un passo fermo avrebbero evitato situazioni rischiose. Scivolare mentre si attraversa un torrente di montagna, anche solo con l’acqua sopra le ginocchia, può voler significare essere trasportati per diversi metri prima di riuscire a riprendere il controllo con il rischio, nel mentre, di venire sbattuti violentemente contro qualche masso.

Lasciamo il letto del fiume e iniziamo finalmente a salire.

Come già accennato in precedenza, a tratti sembra di trovarsi in mezzo a una foresta tropicale. Mancano per fortuna all’appello tutta una serie di spiacevoli animaletti, ma per il resto, l’umidità e la ricca vegetazione non hanno nulla da invidiare alle sopra menzionate foreste.

Guardando in che stato sono ridotti i miei pantaloni inizio a capire il perché dell’uso delle ghette da parte degli escursionisti locali. Sono pieno di fango e di tagli. Il fango è normale, il terreno è zuppo d’acqua, ma i tagli, chi lo avrebbe mai immaginato… La vegetazione è cambiata e man mano che si sale diventa più resistente, ostica, aggressiva. Lungo il sentiero ci sono degli arbusti che letteralmente respingono gli escursionisti, sono tosti, evoluti in maniera tale da contrastare il fortissimo vento che sferza queste montagne. Alcune piante invece hanno sviluppato difese contro gli animali e sono dotate di lunghe spine o foglie molto appuntite e taglienti al punto da trapassare e lacerare gli strati di abbigliamento. Altre ancora hanno un fogliame talmente denso che risulta compatto come la roccia se ci si poggia sopra. A questo punto capisco anche il perché nessuno usa bastoncini da trekking. Spesso il sentiero si verticalizza e per procedere bisogna tirarsi su usando i fusti delle piante e le radici. I bastoncini diventano ben presto un oggetto di cui si ha voglia di disfarsi, una protuberanza fastidiosa che tende a incastrarsi ad ogni passo. Avevo avuto qualche sospetto ma con i continui problemi che ho al ginocchio sinistro non potevo rischiare.

Dopo un’estenuante lotta contro la vegetazione e un interminabile saliscendi in cresta, finalmente, mimetizzata in mezzo a cespugli blindati, la vetta. Metto giù lo zaino e mi godo il paesaggio. Che salita!

Vista verso est, Ocean Beach e lake Onoke.


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