Aug 26 2011

Traversata dalla diga del lago di Provvidenza ai Prati di Tivo. Luglio 2011

Published by at 9:23 pm under Escursionismo

Ci sono volte in cui uno non dovrebbe andare in montagna ma ci va lo stesso, consapevole di dover affrontare situazioni che possono richiedere di usare a fondo la propria esperienza e il proprio materiale. Questo fine settimana era semplicemente uno di quelli. Consultando i vari bollettini meteo si passava dal più ottimistico “nuvolosità con brevi rovesci” al più catastrofico “temporale”. Solo un pazzo si sarebbe avventurato in una zona a lui semi-sconosciuta con simile premesse. Ma possiamo parlare veramente di pazzia?

Nelle mie incursioni in terra anglosassone, ho notato una sostanziale differenza tra il nostro e il loro modo di fare attività in montagna. Qui da noi, dove di bel tempo ne abbiamo a profusione, tendiamo ad evitare come la peste l’acqua e le condizioni meteorologiche avverse in generale. Gli Anglosassoni invece non si tirano indietro davanti a nulla, semplicemente vanno. E così rimasi decisamente sorpreso quella volta sullo Snowdon, nel vedere decine e decine di escursionisti salire lungo i sentieri sotto la pioggia battente; oppure in Scozia, falesisti DOC pronti ad affrontare le pareti quando qui da noi ci troveremmo probabilmente con un plaid sulle gambe sorseggiando un tè davanti al camino. Probabilmente questo fine settimana volevo sentirmi un po’ anglosassone…


Quando si va in montagna in genere nello zaino va inserito tutto il necessario per affrontare anche il peggiore degli scenari. In questo caso, cosciente di quello che mi aspettava, ho innalzato il livello raddoppiando tutto l’abbigliamento in modo tale da avere un cambio completo asciutto per le emergenze. Inoltre, con il fatto che avremmo passato una notte fuori, avevo il jolly della tenda e del sacco a pelo, da poter usare in caso di estrema necessità per ripararmi e aspettare che il maltempo passasse.

Oltre al fatto di restare quanto più asciutti possibile per evitare di andare in ipotermia, altra difficoltà sarebbe stata orientarsi. Quando il tempo è brutto in montagna è altamente probabile che ci sia nebbia e che non si veda nulla e questo è un problema perché non tutti i sentieri sono ben distinguibili. Anche qui avevo un jolly a portata di mano, il mio gps – corredato da un ampio stock di batterie di riserva – ma sinceramente volevo usarlo il meno possibile, solo per segnare la traccia del percorso, unico motivo per il quale di solito me lo porto dietro. Volevo sfidare un po’ le mie capacità di orientamento usando solo altimetro, bussola e cartina e così è stato.

Il sole è ormai calato da qualche ora quando iniziamo a muovere i primi passi. Ci inoltriamo lentamente in una Val Chiarino che non riesco a vedere se non fin dove illumina la mia frontale. La prendo come scusa per ritornarci, di giorno. Solo ogni tanto, quando ci fermiamo qualche attimo per riprendere fiato e spegniamo le frontali, riusciamo a scorgere i profili delle montagne, masse scure che si distaccano dal cielo stellato.

Fino allo stazzo di Solagne, nei pressi del quale è previsto il bivacco, seguiamo un’ampia e ben definita carrareccia; decisamente difficile perdersi in condizioni del genere!

Mi sono sistemato nella mia tendina, da solo, guardo l’ora, quasi l’una…è tardi. Un’ultima occhiata al cielo stellato e mi rintano nel sacco a pelo. Domani altro che temporale, penso, prima di lasciarmi cadere in un sonno letargico. Invece mi sbagliavo, ci mette poco ad arrivare il temporale…saranno state forse le 3:00 o le 4:00, non saprei. Vengo svegliato dai tuoni e da un paio di bagliori nel cielo. La tenda inizia ad agitarsi con violenza a causa del vento. Non so quanto è durato il tutto, un’ora? pochi minuti? Sono troppo stanco e mi riaddormento senza pensarci.

Al mattino le condizioni sembrano promettenti, ma anche questa volta passerà poco tempo prima che io venga smentito. Dopo neanche mezz’ora di marcia inizia a cadere una leggera pioggerellina che a tratti si va intensificando. All’interno della giacca si scatena l’epica battaglia. Da un lato la pioggia che incessante martella gli strati esterni, dall’altro il sudore che tenta ad ogni costo di scappare e disperdersi nell’aria. A patirne le conseguenze, sempre e solo lei, la pelle. Non servono a nulla queste giacche da “millemila” euro, il risultato è sempre lo stesso: sensazione di disagio, sudati con la giacca incollata alla pelle. Non possiamo farci nulla e continuiamo ad avanzare.

Camminiamo lungo un sentiero abbastanza ben definito e ogni tanto si riescono a scorgere i bolli disegnati sui massi. Purtroppo non mi trovo nelle migliori condizioni per orientarmi con facilità. Gli occhiali da vista sono una tortura in situazioni di questo tipo. Come per la giacca anche qui il combattimento non è da meno, il calore del volto fa sì che si appanni la parte interna delle lenti, mentre la pioggia fa il resto sulla parte esterna. Veramente fastidioso quando si ha bisogno di vedere in lontananza.

Arriviamo finalmente alla sella del Monte Corvo. La pioggia si è intensificata come anche le nuvole che coprono le cime intorno a noi. Decido di non seguire i miei compagni, diretti alla vetta del Monte Corvo e proseguo in direzione dei Prati di Tivo. La mia voglia di sentirmi anglossassone non era poi così tanto forte, visto che l’italico pensiero ha prevalso e mi ha consigliato di tornarci un giorno di bel tempo per poter almeno ammirare il paesaggio dalla cima del monte. Saluto Luigi e Davide e mi incammino verso la valle del Venacquaro.

Sono passati solo 5 minuti da quando sono da solo e subito iniziano le difficoltà. Un ripido nevaio blocca il sentiero. Fuori discussione attraversarlo, è largo forse un centinaio di metri, la neve è dura e ripida, sarebbe un rischio inutile. Decido di aggirarlo dal basso attraversando una pietraia. Detto fatto, aggiro l’ostacolo e risalendo dall’altro lato inizio a cercare il sentiero ormai perso. Nulla, attraverso prati su prati e non ritrovo il sentiero. Decido allora di tagliare a mezza costa nella direzione che ritengo sia quella giusta. Nel mentre la pioggia si è intensificata e l’acqua si trova ormai in abbondanza nelle mie scarpe. Mi viene in mente la spedizione in Perù durante la quale i miei piedi erano costantemente bagnati a causa del fondo acquitrinoso della valle in cui ci trovavamo.

Con un po’ di fatica ritrovo il sentiero e inizio la mia discesa verso la valle del Venacquaro, ma anche questa nasconde parecchie insidie. Finisco ancora una volta fuori sentiero a causa della fitta nebbia e dei miei malefici occhiali appannati e bagnati. Finalmente però arriva il colpo di fortuna, dieci minuti di forte vento spazzano via le nuvole e riesco a vedere il Pizzo di Intermesoli, poi bussola e cartina fanno il resto facendomi capire più o meno dove mi trovo. Arrivo infine alla Fonte del Venacquaro.

Sono sfinito: nebbia, pioggia, i piedi e il corpo bagnati e infreddoliti mi stanno mettendo a dura prova. Mi accascio a terra e divoro una delle due barrette a disposizione. Ha ormai smesso di piovere, ne approfitto per cambiarmi. Faccio fatica a togliermi il pile e la maglietta, le braccia sono intorpidite dal freddo e non riesco ad alzarle più in alto della testa. Sfilo il cambio accuratamente imbustato dallo zaino e mi riversto. Che bella sensazione di calore i vestiti asciutti addosso!

Mi rimetto in marcia completamente rinvigorito da questa pausa e in poco tempo arrivo in fondo alla valle dove trovo qualche difficoltà nell’imboccare il giusto sentiero per la Sella dei Grilli. Come già successo in passato, trovo discrepanze tra la cartina CAI e quello che realmente si trova sul terreno. Le maledizioni verso chi si è occupato della cartina lasciano ben presto spazio allo stupore più totale quando, vicino ad un gruppo di cavalli, vedo circa una settantina di cinghiali al pascolo! Rimango immobile, sono tantissimi, troppi, non ne avevo mai visti così tanti insieme. E anche loro devono essere rimasti stupiti nel vedermi sbucare dalla nebbia quel giorno. Quattro cinque grossi maschi si avvicinano e restano con i musi puntati verso di me mentre i piccoli e le femmine si allontanano in fretta. I maschi si avvicinano ulteriormente, sembrano quasi incuriositi dalla mia presenza. Decido di rimettermi in marcia – e anche in fretta – visto che non è tra i miei piani mettermi a socializzare con dei trattorini pelosi da 100 e passa chili l’uno. Mentre inizio a salire, la mia mente traviata e il mio storico “ottimismo” mi fanno tornare alla mente quei film dove i mafiosi buttavano i loro nemici in pasto ai maiali affamati. Ma perchè? Perchè mi

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devono venire in mente queste cose in questi momenti? Mi fermo, mi giro ed ecco che i cinghiali al seguito sono diventati una ventina e a circa 50 metri di distanza. Mi rigiro e mi rimetto in marcia tenendo d’occhio non il sentiero ma i grossi massi sopra i quali rifugiarmi se si dovessero avvicinare ulteriormente. Maledetti cinghiali curiosi!

Con il verticalizzarsi della salita in cinghiali mi lasciano stare e con gran sollievo del sottoscritto, ritornano verso il gruppo principale. Mi è capitato un bel po’ di volte di imbattermi in grossi esemplari, anche a pochi metri, ma tutti sono sempre scappati a gambe levate. Non riuscivo proprio a capire il loro comportamento quel giorno. Semplice curiosità probabilmente, ma proprio non mi spiegavo questa spavalderia da parte di un animale che di solito scappa al primo accenno di pericolo.

Immerso nei miei pensieri alla ricerca di una spiegazione, arrivo alla Sella dei Grilli in poco tempo. Giusto il tempo di scattare una foto e ancora una volta il cielo si mette contro di me, regalandomi una invisibilità da record. Impiego 40 minuti – pur conoscendo bene il posto – per ritrovare il sentiero che scende verso la Val Maone. Un vero incubo!

Ormai mi sento fuori pericolo. Ha smesso di piovere, ho superato la discesa “spaccaginocchia” della Sella dei Grilli, cammino spedito sul sentiero della Val Maone. Finalmente dopo diverse ore di “silenzio radio” il mio cellulare mi permette di rimettermi in contatto con la civiltà per avvertire chi si preoccupa a casa che sono vivo e vegeto. Ho superato le insidie del freddo, della fame, della pioggia, della nebbia, i dirupi sotto la Sella dei Grilli e perfino un’orda di cinghiali mannari e finalmente, dopo 23km, 1766 metri di salita, 1376 metri di discesa e dopo aver cammianto per 2 ore e 30 sotto le stelle e altre 5 ore e 30 sotto l’alternarsi di pioggia e nebbia arrivo alla mia meta.


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