Feb 29 2008
Un weekend al Gran Sasso
Quando un paio di settimane fa’ Roberto mi disse che voleva fare qualcosa al Gran Sasso, non ebbi nessuno dubbio, dovevo assolutamente andare. Sapevo che sarebbe andato a fare qualcosa di tosto e che non sarei stato della partita, ma a me bastava semplicemente esserci, poter passare un paio di giorni in quell’ambiente, davanti al paretone est del Corno Piccolo, in inverno.
Finalmente, dopo aver dovuto rimandare per colpa del mal tempo, si parte, direzione Intermesoli. Lì passiamo la notte di venerdì. Siamo in cinque: Cesare, Giampo, Roberto, mio fratello (che passerà due giorni in mezzo ai boschi a fare foto) ed io. Passo una nottataccia. Mi sveglio continuamente e a fatica riprendo il sonno. Domani ci aspetta una lunga camminata su neve con piccozza e ramponi. Non ho assolutamente idea di come reagirò, è la mia prima volta e la cosa mi preoccupa non poco soprattutto per il fatto che un tratto del percorso per il Franchetti non è affatto banale. Il mio zaino, già carico di suo, viene ulteriormente appesantito da una piccola parte del materiale di Roberto e Cesare. Loro due portano degli zaini che fanno impressione, carichi di materiale pesante, indispensabile per il loro obiettivo: “La Direttissima allo Spigolo a DX”.
Sabato mattina scopriamo che la strada per l’Arapietra è chiusa all’altezza delle ultime casette. Inizia la lunga marcia ad una quota di partenza di circa 1600m. Ci sentiamo in forma, lungo la strada innevata si chiacchera spensierati. Arrivati all’Arapietra si apre davanti a noi uno scenario fantastico, il Corno Grande e il Corno Piccolo in tutta la loro imponenza con sullo sfondo un cielo perfetto, senza una nuvola. Dall’Arapietra sono andato su al Franchetti diverse volte d’estate, una bella scarpinata, senza dubbio, ma nulla in confronto ad oggi. Ogni passo affondo nella neve e gli scarponi fanno sentire tutto il loro peso. Tra l’altro per cercare di essere più leggero possibile non ho portato i bastoncini e adesso pago per questa mia decisione, sbagliata, che mi avrebbe permesso di alleviare il peso che grava sulle gambe. Arrivati alla madonnina ci fermiamo per riposare. Poco dopo essere ripartiti arriviamo al punto critico. Una lingua di neve sul sentiero estivo resiste tra la roccia da un lato e la valle dall’altra. Vado. Tengo stretta la piccozza in mano, pronto a piantarla nel terreno, sulle rocce se necessario, in caso di caduta. Mentre avanzo guardo di sotto e cerco di prendere confidenza con il pendio, ripido, che in quei momenti mi sembra interminabile. Penso a come potrei attenuare la caduta e a cosa dovrei fare se malauguratamente dovessi scivolare e, senza rendermene conto, sono già fuori, in mezzo al vasto pendio, dove di solito d’estate si passa in mezzo ai massi franati.
Da lì inizia una lunga serpentina che ci porterà al rifugio. A tratti sto in testa al gruppo ed ogni passo è un calvario. Sono decisamente molto stanco, i piedi continuano ad affondare in profondità nella neve e il pendio è sempre più ripido. Mentre cammino mi vengono in mente le imprese di Bonatti, sorrido e mi vergogno pensando alla fatica che sto facendo. Finalmente ci si riferma qualche minuto. Siamo all’altezza dell’attacco della via, l’obiettivo di Roberto, Cesare e Luigi, terzo membro della cordata, che deve raggiungerci al Franchetti nel pomeriggio. La via non vanta ancora una ripetizione invernale, una bella sfida. Con Cesare iniziamo a scavare una buca nel pendio per posare gli zaini. Poco dopo parte assieme a Roberto alla volta della parete. I due hanno adosso un quantitativo inverosimile di chiodi, friends, dadi, corde e chi più ne ha più ne metta. Aspetto qualche minuto con Giampo, tempo di scattare qualche foto. Iniziamo a muoverci, direzione il Franchetti. 40 minuti dopo arriviamo, esausti. Il locale invernale è a nostra completa disposizione. 3 panche, un tavolo e 6 m2 di spazio senza riscaldamento e luce saranno la nostra casa per le prossime 18 ore.
Dopo una buona ventina di minuti, riprese le energie, iniziamo a buttare un occhio giù, verso la conca, dove vediamo Roberto e Cesare che avanzano lentamente. In lontananza Luigi ha superato la madonnina e si avvicina gradualmente. E’ venuto su con gli sci, almeno lui non affonda nella neve. Una volta ricongiunti con Roberto e Cesare, si inizia a mangiare e a squagliare la neve… Arrivato Luigi…continuiamo a mangiare e squagliare la neve! Per 3 ore mangiamo, spizzicando qua e là i viveri che hanno invaso il piccolo tavolo. Si chiacchera della parete, della via, sorgono i primi dubbi sulla fattibilità della cosa, si parla delle imprese passate e dei progetti futuri. Io ascolto con attenzione ogni parola, memorizzo i nomi, i posti, i diedri e gli strapiombi della est del Corno Piccolo che osserviamo attraverso il sottile vetro del rifugio. Vengo a scoprire che Cesare ha fatto qualche ascensione affatto banale in posti che, per ora, ho visto solo da lontano o di cui ho solo letto o sentito parlare. Sono invidioso, lo ammetto; “prima o poi ci metterò le mani anch’io”, sogno nella mia mente. Non ho un centesimo della loro esperienza, dell’esperienza di Roberto sul Gran Sasso, e cerco di captare quello che posso, divento un catalizzatore, assorbo sapere senza riuscire a saziarmi. Forse un giorno riuscirò a conoscere questa montagna bene quanto lui… Dubito sia umanamente possibile.
Arriva il buio, le frontali, come impazzite, iniziano a ritagliare con il loro fascio lo stretto ambiente mentre ci si organizza per la notte sbattendo gli uni contro gli altri per la mancanza di spazio. Sento un’ultima volta Chiara al telefono che mi aggiorna sugli ultimi sviluppi del meteo e sulla situazione del manto nevoso, tutto ottimo. Questo inizia a mettermi in testa strane idee, come tentare un assalto alla vetta del Corno Grande. Vedremo domattina. Per il momento sono le 19h30 e già qualcuno russa.
Anche stanotte il mio sonno viene interotto a tratti dal freddo, quando girandomi e rigirandomi, il mio sacco a pelo entra a contatto diretto con il pavimento. Tutto sommato dormo benissimo, il pavimento duro risulta come al solito piu comodo del mio materasso di casa… Verso le 6h15 apro gli occhi e vedo Roberto che si guarda in giro, dormono tutti, lo vedo che si sdraia di nuovo e, senza proferire parola, faccio lo stesso. Non ci corre dietro nessuno, un altro pò di riposo non si rifiuta! Un ora dopo, con la luce del sole che ha abbondantemente preso il sopravvento sull’oscurità, ci si alza. Ricomincia il balletto di spintoni mentre ognuno pensa a sistemare il proprio materiale. Ancora una volta siamo tutti intorno al piccolo tavolo sorseggiando té e cappuccino e discutendo sul da farsi. Roberto, Cesare e Luigi devono andare a recuperare il materiale e forse tenteranno un’altra via, sul monolito. Il loro obiettivo iniziale li costringerebbe a passare anche la notte di domenica al Franchetti e gli impegni di lavoro non lo permettono. Con Giampo invece ci siamo prefissati di arrivare al ghiacciaio del Calderone e da lì vedere un pò come siamo messi ad energie. Alle 8h30 ci incamminiamo lentamente, la neve è dura e ci permette di progredire senza troppi disagi. Ogni tanto mi giro e vedo il Franchetti sempre più lontano. Ogni volta mi stupisco ingenuamente pensando a dove sono riuscito ad arrivare. Lo so che a livello atletico sono cose banali per certa gente, ma qui non c’entra la prestazione fisica, c’entra la magia di quel posto, la magia della montagna, della solitudine, di quella sensazione che si prova quando ci si ritrova in un ambiente ostile alla completa mercè della natura. Un posto dove finalmente non è l’uomo ad essere al centro di tutto. Non passiamo dalla sella ma tagliamo, dritti per dritti in direzione del Calderone. Io sono preoccupato per le valanghe, ne sono terrorizzato, ma più che per il fatto di essere sbattuto da tutte le parti, mi terrorizza il soffocamento. Quando mi fermo, scavo con la mia piccozza e cerco di interpretare quello che mi ritrovo davanti. Scopro i diversi strati di neve, li analizzo, ne giudico la consistenza. Mi accorgo che una lunga lingua di neve risulta piu compatta rispetto a quella che ricopre il pendio e decido di proseguire seguendola. Non sono un esperto, assolutamente, ma la mia paura mi ha portato ad informarmi, a leggere tanto sull’argomento.
Trascorsa un’ora arriviamo al ghiacciaio del Calderone. Ci fermiamo qualche minuto e, guardando giù verso valle, vediamo gli altri che hanno attaccato la via. Non sono andati sul monolito, ci provano, provano quella via durissima. Tra me e me mi domando chi sia stato, tra i tre, il temerario che si è immolato per il primo tiro, scoprirò piu tardi che si tratta proprio di lui, sì, Roberto!
Siamo pieni di energie e con Giampo l’intesa è immediata, ci stiamo già mettendo i ramponi, entrambi eravamo pronti ad arrivare in vetta sin dall’inizio, non c’erano dubbi. Tagliamo il pendio a destra sfruttando una vecchia traccia e ci inoltriamo nella conca. A tratti ci alterniamo e man mano che avanziamo il panorama si apre fino a farci sbirciare sull’intero anfiteatro. Il pensiero delle valanghe mi accompagna ad ogni passo. Mi sono informato bene, da una settimana guardo le temperature della zona, esamino il bollettino, la situazione dovrebbe essere ottima, ma parliamo di una scienza inesatta. Oltrepassata la strettoia ci portiamo sulla sinistra, lungo la linea delle rocce dove non batte il sole e dopo poco attacchiamo gli ultimi metri prima della cresta. Accelero il ritmo, non vedo l’ora di arrivare su. Sbucato in cresta si apre davanti a me un panorama strepitoso. Sento un qualcosa dentro di me di inspiegabile, di forte, mi sento emozionato, in un’altra dimensione. Si vede tutto, il Camicia, il Brancastello, Campo Imperatore e la sua piana, il Duca degli Abruzzi, Campo Pericoli, il Pizzo d’Intermesoli e la Val Maone, il lago di Campotosto, il Corno Piccolo e tante altre vette e valli che devo ancora scoprire, ma soprattutto la vetta Occidentale, lì a pochi passi. Vado dritto con lunghe falcate non vedo l’ora di arrivare. A pochi metri dalla croce aspetto un attimo e poi via eccomi lì in vetta. Come prima il panorama mozzafiato mi rapisce, scatto foto, sorrido, penso alla prossima salita. Non ci tratteniamo molto, voglio tornare giù prima che sulla conca batta il sole. Povero Giampo, lo sto facendo correre, ma anche se davano rischio 2 per il manto nevoso, non voglio lasciare nulla al caso. Non lo dovrei dire ma siamo senza ARVA nè nulla di nulla. Mi merito una bella bacchettata sulle dita, lo ammetto. Comunque, eccoci di nuovo nella conca. Giampo impiega qualche metro per prendere confidenza col pendio, io corro, abituato a quelle pendenze dopo essermici sfracellato per anni con lo snowboard. Inizio a scivolare sui piedi e uso la piccozza per stabilizzarmi, mi sto divertendo come una ragazzino. In 30min siamo di nuovo giù, in fondo al Calderone e dopo un breve salto alla Sella dei Due Corni eccoci di nuovo al Franchetti, esattamente dopo 3 ore dalla nostra partenza.
Dove sono finiti gli altri? Stanno ancora lì, scalando sulla Est. Tutti e tre appesi alla sosta del secondo tiro. Parte qualcuno lungo la fessura. Va su rapidamente, riesco a vedere i movimenti ampi ma non distinguo di chi si tratta. Sembra andare su senza esitazioni, chissà com’è quel tiro, quanto mi piacerebbe poterli raggiungere.
Lo stomaco si fa sentire e con Giampo ci spazzoliamo una porzione di pasta. Siamo soddisfatti della nostra mattinata. Io sono al settimo cielo, la mia prima uscita invernale. In mente mille pensieri, ma soprattutto inizio a scandagliare il calendario pensando a quando potrò tornare. Si parla già della normale alla cima Orientale. Vedremo un pò, magari fra un paio di settimane. Per il momento dobbiamo cercare di capire cosa combinano gli altri. Mando loro un messaggio ma nessuna risposta. Stanno lì ad un’altra sosta e vedo le corde venire giù, si stanno per calare. Rapidamente, come si addice alle gente che ha una certa esperienza, vengono giù uno per uno. Chissa su cosa si stanno calando, penso tra me e me. Roberto mi ha raccontato certi episodi… Forse è questione di abitudine, dopo un pò uno non ci pensa più, ma io ci penso eccome. Chiodi e cordini? Brrr.. Mi sento un po’ frocio falesista inside pensando ad una bella catena luccicante.
Dopo circa un’ora ci raggiungono, mangiano e si iniziano i preparativi per la partenza. Luigi con gli sci schizza via, si ferma, ci aspetta. Noi altri invece veniamo giù lentamente. La neve fa’ schifo, bagnata e pesante, si affonda. Se noi affondiamo, Roberto sprofonda. Sembra che qualcuno se la sia presa con lui, una, due, tre, quattro volte gli sparisce una gamba sotto la neve. Io pure a mia volta sprofondo un paio di volte fino alle ginocchia. Penso a quello che leggevo qualche sera fa’ su un libro di Rebuffat. Parlando della progressione sui diversi tipi di neve diceva che in alcuni casi bisogna camminare leggeri, io non ci riesco e continuo a far sentire al manto nevoso tutto il mio peso. Arriviamo al passo delle Scalette. “Ahia” dico io “di nuovo qui”. Invece nulla, vado, mi sento tranquillo e ho fiducia nel mio passo. Finalmente mi levo i ramponi, non ce la facevo più. Un buco sui pantaloni me lo sono fatto, da bravo principiante… All’altezza dell’arrivo della funivia salutiamo Luigi che ci aspettava già da un po’. Proseguiamo lentamente, la cresta dell’Arapietra sembra interminabile, la stanchezza mi piomba addosso. Non ne posso più, compaiono dolori, fastidi, non me li riesco a levare dalla testa, rendono tutto più difficile. Finalmente arriviamo alla strada, ma è una falsa speranza, ancora mancano diversi tornanti, l’auto sta quasi ai Prati. “Agonia” è la parola adatta per descrivere quell’ultimo paio di km. Siamo tutti provatissimi, cerco di chiaccherare con Cesare, Roberto e Giampo ma dopo poche parole ci si ammutolisce, dobbiamo conservare le ultime risorse per raggiungere la macchina. 500 passi dopo, i 500 ultimi passi che Roberto aveva deciso di fare quel giorno, raggiungiamo la macchina… E’ fatta!
Gli ultimi preparativi.
Il caldo si fa’ sentire subito e scatta la prima sosta.
Lo splendido scenario e la nostra meta, incastonata tra i due corni.
Poco dopo la pausa alla madonnina.
Lo zaino con Roberto.
Il delicato passaggio.
Si va su piano piano.
Cesare e Roberto che osservano la Est.
Eccoli mentre vanno a posare il materiale.
Ed eccoli invece mentre ci raggiungono al Franchetti.
Una panca improvvisata e il meritato riposo.
Si mangia!
Si squaglia la neve e si riempiono le bottiglie.
Chiaccherate a lume di candela.
La Est del Corno Piccolo e il Franchetti.
Giampo e il Corno Piccolo.
La cresta dell’Arapietra.
Cesare, Luigi e Roberto all’attacco della via.
Andando verso il Calderone.
In mezzo al Calderone.
Ancora poche decine di metri alla cresta.
Giampo si gode il paesaggio.
La vetta Occidentale.
Myself
La croce in vetta.
Campo Imperatore e Campo Pericoli.
Giampo e il lago di Campotosto.
La sella dei Due Corni e il Campanile Livia.
Il pizzo d’Intermesoli e i suoi pilastri.
Cesare, Luigi e Roberto sulla “Direttissima allo Spigolo a DX” primo tentativo di invernale.

Fighissimo il racconto.
Già avevo segnalato il tuo racconto a Federico ma questo lo deve proprio leggere.
Nel gruppo che hai conosciuto ci sono persone che hanno fatto cose del genere. Penso che se proponessi qualcuno “abboccherebbe”.
Joe
Si si lo so ho visto