Sep 19 2013

Dent de Crolles (Massif de la Chartreuse). Settembre 2013.

Published by at 6:46 pm under Escursionismo,Stories

Sono passati due giorni dal mio primo tentativo di salita al Dent de Crolles. Ero fermo in una piazzola al lato della strada, all’altezza del Col du Coq, e non ero neanche ancora sceso dall’auto. Il termometro segnava 2°C e le gocce di pioggia si stavano trasformando in neve. Ovviamente il Dent de Crolles non si vedeva, avvolto com’era nella nebbia. Ero indeciso sul da farsi quando, a un tratto, una raffica di vento ha diradato la nebbia in quota, quanto basta per farmi intravedere le rocce…Mi stropiccio gli occhi, cerco di socchiuderli per vedere meglio, non sto sognando: i ripidi prati che circondano le pareti sono bianchi. Sono attrezzato, potrei andare, ma non mi va. Torno a casa.


Torno nuovamente al Col du Coq (1434m). Questa volta non piove ma l’unica nuvola di tutto l’Isère è arrocata sulle pareti verticali del Dent de Crolles. Cerco di pensare che, man mano che passeranno le ore, la nebbia si diraderà e comparirà il sole…sono un povero illuso.

Mi incammino lungo un sentiero abbastanza pianeggiante che si inoltra in un fitto bosco di conifere. Ci sono funghi ovunque, peccato non saperli distinguere bene. Comunque non mi sembrano specie commestibili e la pioggia dei giorni scorsi li ha parecchio rovinati. La pioggia ha fatto anche altri danni. Il sentiero è un pantano. Le radici viscide e le pietre bagnate mi fanno penare non poco visto che ormai il Vibram dei miei scarponi ha terminato il suo tempo tecnico e sarebbe da sostituire. Come se non bastasse, una volta arrivato all’altezza dei primi pratoni, scopro che le pecore si sono fatte un giretto sul sentiero, che è ormai diventato un miscuglio di fango e palline di escrementi. Oltretutto, più che un sentiero, sembra un ghiaione vista la fatica che si fa a salirlo…speriamo di non scivolare, mi farebbe abbastanza schifo sdraiami su questo mix letale.

In poco tempo arrivo al Col des Ayes (1538m) dove il sentiero finalmente si trasforma. Abbandono il fango e il letame e inizio a calpestare ghiaia; posso finalmente rilassarmi e scivolare in tutta tranquillità.

Dopo un altro po’ di salita, si arriva a un altro bivio (1640m) dove si puo’ scegliere di

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salire alla Dent de Crolles attraverso due itinerari diversi. A destra si passa per il Pas de l’Oeille (1,3km – 1h20), a sinistra invece per il Trou du Glaz (2,4km – 1h40). Viste le condizioni meteo e del terreno, decido di seguire quest’ultimo che almeno sulla carta sembra meno impegnativo. Proseguo, dunque, lungo il sentiero avvolto nella nebbia.

Superati un po’ di saliscendi, arrivo in un punto un po’ più critico. Il sentiero non è molto largo e alla mia sinistra c’è un precipizio che non lascerebbe scampo in caso di caduta. In generale non sarebbe un passaggio complicato, ma oggi, con il terreno cosi viscido e le saponette che ho ai piedi, il mio passo si è fatto meno sicuro e ogni movimento richiede la massima attenzione. In genere non ci si dovrebbe avventurare in montagna da soli, è cosa risaputa…ma a me piace, specialmente quando le condizioni meteo non sono ottimali. Mi metto alla prova, metto alla prova le mie capacità, mi libero la mente dalle noie della quotidianità. Quando ti trovi in montagna da solo, in un posto che non conosci, la tua mente è troppo occupata a pensare a quello che ti circonda. La tua attenzione sale a livelli impensabili abitualmente. Sei totalmente concentrato su ogni movimento del tuo corpo, su ogni sensazione che provi, difficilmente sbagli in queste condizioni. L’errore arriva quando la soglia di attenzione cala, quando ci si ritrova su un terreno più congeniale.

Preso dai miei mille pensieri, arrivo quasi senza rendermene conto al Trou du Glaz. Non ci provo neanche a tirare fuori la frontale e avventurarmi per qualche metro nel buio della grotta. Il passaggio dalla luce alle tenebre mi mette sempre un po’ i brividi. Scatto qualche foto, consulto la carta e mi rimetto in marcia.

L’ingresso del Trou du Glaz

Poco dopo la grotta, arrivo a un bivio. Se non fosse stato per delle pietre messe di traverso sul sentiero, non mi sarei neanche accorto delle corde fisse alla mia destra; le percorro. Il calcare è ormai lucido a causa di anni di via vai. Inutile dire che presto quanta più attenzione possibile a ogni movimento che faccio. E’ brutto quando non ti fidi delle tue scarpe…

Dopo un’interminabile serie di passaggi attrezzati, strettoie di roccia, piccoli tratti di arrampicata, sbuco infine sull’altipiano del Dent de Crolles.

La nebbia non mi ha ancora abbandonato nonostante il vento gelido che tira quassù. Infilo rapidamente la giacca e mi fermo a osservare il cartello posto su un bivio sotto la segnaletica dei sentieri (1800m). Il cartello avverte gli escursionisti che ci sono cani a protezione delle greggi, contro attacchi di lupi, linci o altri cani. Rimango a osservare il cartello. Il mio cervello, già molto indaffarato si surriscalda. Poi, da solo, in mezzo alla nebbia esclamo: “NOOOOOOO!” “Non dovevo portarmi dietro solo il grandangolo”. Mi rimetto in marcia maledicendomi. E’ ovvio che trovarsi faccia a faccia con una lince o un lupo sarebbe un miracolo. Ma metti caso che ti capita proprio quando non sei propriamente attrezzato per immortalare la scena? Sarebbe comunque fantastico, come ogni volta che incontro un animale selvatico nel suo ambiente; ma l’amaro in bocca resterebbe.

Neanche a farlo a posta, dopo pochi istanti vedo delle orme di camoscio sul sentiero, sembrano decisamente fresche. Proseguono lungo la mia strada per qualche metro per poi sparire verso sinistra in mezzo all’erba. Alzo lo sguardo ed eccolo lì, a 20-25 metri da me, vicino a degli arbusti. Scatto qualche foto e mi fermo a guardarlo. Non sono un esperto ma a giudicare dalla stazza mi viene da pensare che si tratti di una femmina. Tuttavia l’esemplare è solo e dunque potrei sbagliarmi. Ad ogni modo, noto subito alcune differenze con il camoscio appenninico (rupicapra pyrenaica ornata): il camoscio delle Alpi (rupicapra rupicapra o forse rupicapra rupicapra cartusiana, data la zona di avvistamento) ha le corna decisamente più piccole rispetto ai camosci che si avvistano in Abruzzo. Inoltre il pelo è più scuro e si possono osservare due fasce di pelo chiaro, quasi bianco, sul muso.

Sono felice, ma al tempo stesso scontento di me stesso per non aver portato il 300mm. Tento una manovra di avvicinamento, ma con il solo esito di far scappare l’animale. Pazienza.

Proseguo la mia strada verso la vetta attraversando una distesa di “vene” di calcare. La zona è piena di grotte e pozzi; si nota chiaramente dai segni che si trovano sul terreno. Non per nulla è stata il parco giochi di famosi speleologi quali Henri Ferrand, Édouard-Alfred Martel, Fernand Petzl o Pierre Chevalier. Grazie alle generazioni di esploratori che si sono succedute nei cunicoli del Dent de Crolles, sono state mappate oltre 50 km di gallerie che raggiungono la profondità di -512m. Fernand Petzl in particolare, che ha poi dato vita alla ditta di attrezzatura speleo e alpinistica che tutti conosciamo, abitava a St. Ismier, a pochi chilometri da Crolles dove si trovano oggi gli uffici della Petzl. Negli anni ’30 esplorò assieme a Pierre Chevalier il Trou du Glaz, una delle nove entrate che permettono oggi l’accesso alla rete di cunicoli sotteranei della Dent de Crolles. La sua inventiva e ostinazione nel cercare di spingersi oltre nell’esplorazione lo hanno portato a sviluppare nuove tecniche e nuovi attrezzi per la progressione in cavità naturali. Sarà Fernand Petzl a reinventare, ad esempio, la lampada frontale nella prima metà degli anni ’70 introducendo l’uso dei led e del pacco batteria stagno, separato dalla lampada.

Proseguo la mia strada lungo l’altipiano. Evito di perdermi grazie alle decine di ometti di pietra che costeggiano il sentiero. Arrivato al Pas de l’Oeille (2026m), seguo una traccia sulla destra lungo i dirupi della faccia sud del Dent de Crolles. Sono perso nella nebbia e, per capire dove mi trovo e dove si trova la vetta, tiro fuori bussola, cartina e altimetro. Era da tanto che non li usavo ma è come andare in bicicletta, una volta imparato non si dimentica. Arrivo infine in vetta (2062m), sono le 10.00 e la nebbia mi impedisce di vedere molto lontano…e io che ero salito fin quassù con il mio grandangolo e i miei filtri per fare una foto alla valle del Grésivaudan. Succede.

La vetta della Dent de Crolles

Per la discesa decido di provare il percorso più ripido. Rifare la strada per la quale sono salito in discesa non mi ispirava particolarmente, viste le condizioni del terreno. Se dovevo stare allerta tanto valeva provare l’altro sentiero.

Dal Pas de l’Oielle si scende dritti verso sud, oltrepassando un caratteristico pinnacolo. Dopo un po’ di curve, a tratti esposte, si arriva in un punto dove un piccolo cavo aiuta gli escursionisti a superare un muretto di roccia verticale. Da lì il sentiero diventa decisamente più tranquillo, se si affronta in condizioni meteorologiche buone. Quando invece non ha fatto altro che piovere per una settimana, si deve mettere in conto di dover affrontare le insidie del fango e…altro. Eh già, si abbassa la quota e si ritrovano le pecorelle!

Dopo una rapida chiaccherata con un simpatico pastore mi rimetto in marcia cercando di evitare gli scivoloni. E’ dura, la gravità ti spinge ad allungare la falcata ma al tempo stesso il fango incollato alle scarpe rende molto più insicuro il passo. Solo per puro miracolo arrivo alla macchina con il fondoschiena pulito.

Ora non mi resta che tornare a casa e contattare qualche amico speleologo per organizzare una visitina alle cavità della Dent de Crolles. Magari a primavera però, con il sole!

Mappa: IGN 3334 OT – Massif de la Chartreuse Sud

Col du Coq (1434m) -> Col des Ayes (1538m) -> Trou du Glaz -> Pas de l’Oielle (2026m) -> Dent de Crolles (2062m) -> Pas de l’Oeille (2026m) -> Col des Ayes (1538m) -> Col du Coq (1434m)

Dislivello: Circa 700m

Durata: 2h salita – 1h discesa

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