May 26 2009
Via Diabolik, parete nord del Corno Piccolo.
Non credevo alle mie orecchie…il mio amico Roberto, arrampicatore solitario, stava insistentemente proponendomi di andare ad inaugurare la stagione al Gran Sasso insieme. Non potevo assolutamente rifiutarmi, un’occasione del genere non capita spesso.
Dopo aver accantonato il terzo pilastro dell’Intermesoli su mia esplicita richiesta, abbiamo deciso di dirigere la nostra attenzione verso nord, in particolare la parete nord del Corno Piccolo. Una via qualsiasi sarebbe andata bene, l’unico punto fermo era la possibilità di calarsi in doppia fino al luogo in cui eravamo partiti. La presenza di ampi nevai ci avrebbe costretti a portare una serie di cose di cui avremmo volentieri fatto a meno. Scarponi, piccozza e ramponi pesano.. e non avremmo potuto portarceli in parete. Anzi, non è che non avremmo potuto, ma l’idea era di divertirci, mica sudare come due muli. Insomma, riuscire a calarsi fino al punto di partenza ci avrebbe evitato l’imbarazzante e impossibile progressione sul nevaio muniti delle sole scarpette d’arrampicata.
Ecco come si presentava la situazione, in rosso in nostro percorso (source Prati di Tivo webcam).

Partiamo da Cima Alta alle 7h00. La temperatura è incredibilmente elevata per quell’ora, stiamo in maglietta e sentiamo caldo. Proseguiamo senza sosta fino all’albergo diruto e poi fino al sentiero Ventricini. Percorsi una trentina di metri di sentiero incontriamo i primi nevai. Finita la pacchia, adesso diventa tutto più faticoso. Tiro fuori gli scarponi dallo zaino e li calzo. La neve è già una pappa e dunque nessun bisogno di ramponi. Iniziamo a tagliare verso le pareti oltrepassando tratti nevosi o di prati misti a roccia. Ogni passo si affonda ma tutto sommato, meno di quanto temessi. Ogni tanto ci fermiamo per osservare la parete e vedere da dove parte la via. Ecco proprio là, dobbiamo solo salire quel canalino e siamo arrivati. Solo? Mai, e poi mai dire “solo”. Arrivati al canalino ci rendiamo conto che è solcato da 2 crepacci. Che fortuna…

Riscendere per aggirare le rocce? Non se ne parla nemmeno. Roberto parte e io un po’ titubante seguo a distanza di sicurezza. Guardo di sotto, a destra e sinistra. Non è profondissimo, forse un paio di metri, non è che si capisca poi così bene. Sono comunque abbastanza per farsi male. Resto concentrato e, finalmente, tiro un sospiro di sollievo: sono fuori. Da lì un ultimo sforzo e siamo sotto la parete.
Crepacci sotto la nord.


Anche qui bisogna fare attenzione. Tra il nevaio e la parete un crepaccio si è aperto per colpa del caldo. 3 metri? Forse di più. Non si vede il fondo. Lentamente ci smistiamo il materiale cercando di non farlo cadere di sotto e dopo qualche minuto eccoci pronti ad arrampicare.
Alla base della parete la salita si è già fatta sentire.

Si arriva in sosta.


La via è molto intuitiva e la relazione è abbastanza chiara. Non incontriamo particolari difficoltà tranne che in un punto in cui Roberto pianta due chiodi “psicologici” che riesco a sfilare con le mani mentre lo raggiungo alla sosta.
Guardo Roberto mentre fila dritto verso le nuvole.

Ultimo tiro.

Roberto mi raggiunge.

La giornata è stupenda e scaliamo quasi tutto il tempo in maglietta. Solo in cima e durante la calata, una leggera brezza ci costringe a coprirci.
Si torna giù!

Ultima doppia.

Una volta ritornati sul nevaio la situazione si complica. La neve è ancora più trasformata e instabile. I crepacci che abbiamo attraversato si sono allargati e passo con molta difficoltà. Sul nevaio sottostante i crepacci, Roberto sprofonda con una gamba. Cerco di evitare quel punto e sprofondo con entrambe le gambe in un altro crepaccio nascosto. Per fortuna avevo ben piantato la piccozza poco prima e dopo essermi spaventato a sufficienza e sgambettato nel vuoto sottostante, riesco a tirarmi fuori. Continuiamo a scendere e non nascondo la mia preoccupazione. Non mi sento tranquillo, il mio passo si fa sempre più insicuro e, come ciliegina sulla torta, Roberto mi scivola davanti. Lo guardo andare giù lungo il pendio, girarsi, piantare la becca della piccozza e caricarla con tutto il suo peso. Non succede niente. Continua la sua discesa e le rocce sottostanti si avvicinano. La neve in superficie è troppo trasformata e non offre nessuna resistenza. Ad un certo punto, con uno scatto quasi felino si rigira e pianta con forza il manico della piccozza nella neve fino a fermarsi. In quei momenti ero come congelato, in bilico tra un passo e l’altro mi ero indurito, immobilizzato, non potevo fare nulla, solo aspettare che si fermasse.
Riprendiamo il cammino e inizio a capire il perché del mio passo così instabile e insicuro. La pendenza non è eccessiva, forse 40° al massimo, se avessi avuto con me lo snowboard sarei venuto giù dritto da una discesa del genere. Eppure a piedi, in quel momento, me la stavo facendo sotto. Lo zaino mi stava massacrando. Porto le due corde, le corde che si sono inzuppate stando sulla neve e lungo i rivoli d’acqua della parete. Non avendo spazio all’interno dello zaino le avevo ancorate esternamente e questo peso mal distribuito mi sbilanciava ad ogni passo.
Si torna giù.

Arrivati alla fine dei nevai tiro un sospiro di sollievo, basta neve. Il resto della strada fino alla macchina scorre in un attimo nonostante la fatica. Quando mi tolgo lo zaino dalle spalle per qualche attimo mi muovo impacciato, mi devo riabituare alla leggerezza. Una sensazione strana che non mi era mai capitata prima d’ora eppure di zaini pesanti ne ho portati…
Relazione “Diabolik”:
Bruno Vitale, Mauro Ciampi e Marco Zitti, 25 settembre 1999. L’itinerario si svolge sulla grande placca grigia compresa tra la Ciato-Facchini (a sinistra, it. 31p) e Le porte dell’universo (a destra, it. 31o). La via è quasi completamente attrezzata. Utili friends medio-grandi, dadi e cordini. Roccia da ottima a buona. Sviluppo: 200m.
Difficoltà: TD, con passaggi fino al VI+.
Superare un muretto (ch.) poi una placca (spit) fino a un pulpito (15m, da V a VI+, sosta con 2 spit).
Prendere a sinistra una fessura, al suo termine (spit) continuare per un rivolo (spit) poi in placca (25m, da V aVI-, cless. e chiodi in sosta).
Salire in placca fino a una fessura che incide un enorme masso (20m, IV e IV+, sosta con 2 ch.).
Dritti in fessura (friends grandi), a metà uscirne a destra, raggiungere la sommità del sasso, portarsi in placca, traversare dapprima a destra e poi a sinistra (30m, da V a V+, sosta su cless.).
Traversare a destra, poi dritti dapprima lungo una placca poi su parete verticale (50m, IV+ e V-, sosta su clessidre).
Attraversare a sinistra un canale, poi superare una placca percorsa da rivoli (50m, IV, sosta con spit e ch.).
Discesa: con una doppia si raggiungono le calate di Kikos (faccia a valle: sulla sinistra).

te credo che eri paralizzato!
che botta.
comunque non vedo alcuna foto…
Mi sa che hai problemi col pc!