Jun 29 2009

Zapparoli al Monte Morra.

Published by at 10:02 am under Arrampicata

Era da un po’ che volevo andare a dare un’occhiata a quella parete, credo fin dalla prima volta che ne ho sentito parlare. Il Monte Morra, dove tutto ebbe inizio, dove si sono formate generazioni di arrampicatori romani. Mi affascinava la storia di quel posto… purtroppo affascinava solo me a quanto pare perché, ogni volta che chiedevo a qualcuno di andare, venivo inondato da risa e pernacchie.

Roccia non sempre ineccepibile, vegetazione invasiva in parete, sentiero lungo e scomodo, protezioni vetuste e distanti,  spine, orchidee, piante rare, zecche, mucche, cavalli e i loro escrementi; tutto questo è il Morra che ho vissuto nelle mie due incursioni. La prima un paio di settimane fa con il mio amico Alberto e un suo amico e da lì, dopo aver fatto la Dado e la Zapparoli, l’idea di tornare per ripeterle da primo…

Così, la settimana successiva, mi ritrovo di nuovo all’attacco del sentiero. Sto con Marco e Alberto il quale ci ha raggiunto all’ultimo minuto. Sono emozionato, non lo nego, per la prima volta sto per fare una via a più tiri da primo, una via da integrare, sarà tutto sulle mie spalle. Cammino lungo il sentiero e sbaglio strada, una volta, due volte, tre volte, quattro e anche una quinta. Per fortuna che Alberto è venuto con noi almeno lui conosce bene il sentiero, penso tra me e me. Chissà dove lo portavo Marco altrimenti…

Volevo iniziare con la Zapparoli, 2 tiri di IV facili facili, 75m di sviluppo su roccia buona e ben protetta. Almeno così l’avevo percepita da secondo di cordata la prima volta, ma si sa la percezione può variare e non di poco. Mi preparo e parto. Vado su piano piano, prendo il mio tempo. A 7-8 metri da terra inizia un concatenamento falesistico di spit che tutto ad un tratto finisce facendo sentire subito la sua mancanza, mi ci stavo abituando! Da lì faccio qualche altro metro e arrivo ad un vecchio cordone. Passo il mio rinvio e mi proteggo. Ma che strano questo cordone, fammi dare un’occhiata… Con un pizzico di terrore mi rendo conto che quel cordone non passa dentro una clessidra ma è semplicemente un nodo incastrato dentro una fessura. Inizio ad armeggiare freneticamente con la mazzetta di dadi e ne riesco ad incastrare uno dentro un buco. Continuo per qualche metro, qualche altro metro e un altro metro ancora poi ad un certo punto, per qualche mistero della natura equiparabile solo alla sveglia biologica, mi fermo e guardo di sotto pensando al cordone. Magicamente le mie mani iniziano a stritolare la roccia e da sotto i piedi sbucano poderosi artigli. Devo assolutamente proteggermi ma non c’è niente di buono. L’unico dado della misura giusta che potevo mettere è quello che ho messo più in basso, mi rimane la misura subito sotto, ma è troppo piccolo e sguscia via come una saponetta tra due mani bagnate. Lo incastro alla meno peggio, cosciente del fatto che non mi sarei fidato neanche ad appendermi su quel coso, e lo integro con un cordino intorno ad una micro clessidra. Anche quella non la tiro, è spessa quanto una penna Bic, voi vi fidereste? Ricomincio a salire, per niente tranquillo, non devo cadere, alzo un piede sposto un mano poi l’altra, passo di aderenza, vado, no aspetta, non devi cadere, concentrati e finalmente dopo qualche esitazione la mia mano si avvinghia intorno alla catena della sosta. Recupero Alberto e Marco e riparto. Il tiro successivo che porta in vetta alla parete è più gradevole . L’arrampicata è facile come nel primo tiro ma questo è più protetto e più facilmente proteggibile. Solo in cima al diedro la roccia  è un po’ marcia e bisogna fare attenzione a non tirare i blocchi incastrati. Arrivato su, inizio a recuperare i miei compagni di cordata.

Tutto pronto?

La prima sosta appesa di Marco!

Diedrino dell’inizio del II tiro.

Il rito della foto di gruppo.

Il cielo si sta mettendo male, pioviggina e decidiamo di rimandare la Dado ad una prossima uscita. Un ultimo tiretto nella parte alta della falesia però ci scappa lo stesso prima della ritirata. Tra l’altro non ci scappa solo il tiretto ma anche la zecca, anzi LE zecche. Io me ne rendo conto subito, lì in bella mostra mostra sul mio braccio e la tolgo immediatamente, Marco invece è un po’ meno fortunato e se la dovrà far togliere al pronto soccorso l’indomani. Speriamo bene…

foto di Alberto Graia e Marco Mulas.


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