Nov 18 2009

Monte Gorzano (2458m) da Capricchia.

Published by at 11:06 am under Escursionismo,Neve e valanghe

Ogni volta che si tratta di cominciare a scrivere, il peso del foglio bianco si fa sentire. Da dove cominciare? Dall’inizio, sì, ma ci sono tanti inizi in una storia, qual’è quello giusto? Potrei iniziare da giovedì sera, in palestra, quando accenno a Marco del mio weekend, oppure potrei iniziare da sabato e la stupenda giornata di arrampicata a Pietrasecca, conclusasi con una improvvisata session di slackline in mezzo al bosco. Tanti inizi senza i quali non si riesce a capire bene la giornata di domenica, il perché c’era Marco, il perché avevo le spalle doloranti, le gambe distrutte e soprattutto una stanchezza pazzesca addosso.

Domenica. La sveglia non suona, mi sveglio prima, sono le 6h10 circa. Fuori dalla finestra i primi bagliori di luce già invadono il cielo. Qualche nuvola crea una leggera velatura, nulla di preoccupante. Poco dopo Marco si sveglia e rapidamente consumiamo un abbondante colazione. Abbiamo appuntamento con Claudio, Luigi e Luca giù al bivio con la statale che porta al passo delle Capannelle. Mi voglio sbrigare, so quanto Luca tenga alla puntualità e io nel 99% dei casi arrivo puntuale, non voglio rischiare di fare tardi proprio oggi. Come al solito dunque, la mia paranoica smania di puntualità ci fa arrivare al luogo dell’appuntamento con qualche minuto di anticipo…

Quasi a metà strada.


L’appuntamento principale è alle 8h30 ad Amatrice. Ci arriviamo con calma e sempre con calma ci muoviamo dal bar verso Capricchia, da dove parte la nostra escursione. Calma, calma, calma, troppa calma, ma si sa, smuovere venti persone non è facile e finisce che iniziamo a camminare verso le 9h30.

Laggiù in alto la vetta del Gorzano.

Il primo tratto di sentiero è molto tranquillo. Non prendiamo molta quota, 150m dopo mezz’ora di marcia in mezzo al bosco. Non ci sono insidie particolari, nonostante il terreno umido e scivoloso, si cammina bene. L’unica attenzione va rivolta verso le punte dei bastoncini della persona che precede. Non riesco a tenere un passo mio, ma è inevitabile quando si cammina con un gruppo numeroso di persone. Mi sento rinchiuso, inscatolato in mezzo alla gente e non vedo l’ora di arrivare più in quota ed uscire dal bosco. Il sentiero si impenna dunque e inizia un’interminabile e noiosa serie di tornanti al termine dei quali, finalmente l’aria, si respira, i prati..

Si mangia!

Clicca sulla foto per ingrandire la panoramica.

Siamo circa a metà strada quando ci fermiamo la prima volta. Resti di un antica abitazione fanno da segnavia e da punto di ristoro. Con movimenti frenetici le persone iniziano a tirare fuori panini, biscotti, thermos di tè e caffè. In un primo momento ognuno è concentrato su di sé e regna il silenzio ma non appena vengono concluse le operazioni preliminari, strettamente personali, inizia uno scambio di cibo e di parole che risulta poi difficile da bloccare. Sgranocchio una barretta energetica e inizio a girare come una trattola fuori controllo. La luce cambia costantemente e da ottima per fare foto in pochi istanti diventa piatta e grigia. Fotocamera alla mano, cerco soggetti da fotografare. Il mio fare viene interrotto solo quando Luca, energicamente, ci ricorda che siamo solo a metà strada e ancora dobbiamo affrontare la parte più faticosa dell’escursione.

Di nuovo in marcia in direzione della cresta.

Dobbiamo arrivare in cresta, e da lì poi, la vetta. Davanti a noi enormi prati ricoperti di neve, un’inclinazione costante, senza rilievi particolari. Mi metto in coda e cammino. Ad un certo punto mi rendo conto che sto faticando, troppo, stiamo salendo dritto per dritto. Lì davanti una persona che non conosco fa strada, non ha senso questa cosa e inizio a seguire una mia traccia andando a zig zag sul pendio. Poi finalmente l’inclinazione si addolcisce e riprendiamo il sentiero perso più a valle. Il gruppo si ricompone e nuovamente mi ritrovo in fila.

Il pendio si addolcisce e il gruppone si disperde.

La cresta è larga e comoda. La neve in trasformazione mantiene ancora un pò della sua farinosità sotto la crosta superficiale. Alla mia destra il sole basso filtrato dalle nuvole inizia con anticipo a sfoggiare una moltitudine di sfumatore colorate. Le nuvole fanno in resto con i loro incroci e forme particolari.

Finalmente la vetta! Come di consueto si fa desiderare non appena la si vede. La stanchezza sale improvvisa, la testa si trova già lassù, ma il corpo non segue. Poco più di mille metri di dislivello, un gita nella norma, ma la mezz’ora di slackline della sera prima si sente tutta. Le gambe fanno male e il passo sempre più pesante. Mille viaggi mentali mentre guardo la vetta con la stessa avidità di uno scalatore professionista che affronta un ottomila. Sorrido, cammino in automatico con il pensiero altrove  e senza renderme conto eccomi in vetta.

In cima il vento ci martella incessantemente. Richiudo tutte le aperture della giacca ma sento comunque il freddo penetrare. Mangio rapidamente qualcosa e come avevo fatto prima durante la prima sosta inizio freneticamente a fotografare il panorama. Aspetto gli attimi giusti, quando il sole riesce a penetrare le nuvole, in modo da sfruttare la luce migliore. Vorrei avere la reflex con me per via della maggior pulizia dei suoi file e del miglior comportamento con le sfumature, ma in fin dei conti ho fatto bene a portarmi la compatta. La reflex diventa difficile da gestire quando si esce con altra gente. Devi tirarla fuori dallo zaino, rimetterla dentro, gli altri ti devono aspettare. Con la compatta, agganciata allo spallaccio dello zaino, riesco ad essere molto veloce e leggero. Leggero, si, 300gr contro 1800gr, un serio argomento da considerare!

Clicca sulla foto per ingrandire la panoramica.

Dopo una decina di minuti trascorsi in cima ci rimettiamo in marcia. Si scende rapidamente, la neve ci permette di procedere a grandi passi, quasi di corsa, scivolando a tratti. Uno snowboard, degli sci, un bob, una busta di plastica sarebbero graditi anche se solo delle sottili lingue di neve in realtà permetterebbero una qualche progressione senza distruggere l’attrezzatura. La neve è ancora poca per divertirsi veramente in discesa.

Stratificazioni di arenaria.

Arriviamo all’attacco del bosco. La neve si mescola al fango e il caldo si fa sempre più insopportabile. La stanchezza ormai ha prevalso e non vedo l’ora di arrivare alla macchina. L’idea di un bel piatto di pasta diventa il mio bastone con la carota. Il sentiero però sembra essere deciso a farmi patire la fame e, come se dei folletti lo avesso allungato durante la nostra assenza, sembra non finire mai. Dopo altri innumerevoli passi sulle foglie umide, intravedo l’auto, ci siamo, fra un pò si mangia.

Il cielo prende fuoco durante la nostra cena delle 17h30…


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