Dec 06 2009

Anello di Piano Vomano, per Crognaleto e Macchia Vomano. Dicembre 2009.

Published by at 9:53 am under Escursionismo

Mi preparo ed esco di casa. L’appuntamento è in piazzetta, a Intermesoli, ma avendo fatto un po’ prima mi metto in marcia verso il bivio. Da lì a poco incontro Luca e Luigi e ci dirigiamo verso il piccolo bar di ponte Arno dove incontriamo Alfio. Ci siamo tutti, saliamo in auto e ci dirigiamo verso Piano Vomano. La gita che ci ha proposto Luca è un anellone che ripercorre le vecchie mulattiere di collegamento fra i paesi della zona. Non dovrebbe essere nulla di impegnativo come dislivello, meno di 600m complessivi, né come tempi, visto che la guida dichiara 4-4 ore e 1/2 di marcia. Noi riusciremo ad impiegare 6 ore per chiudere l’anello….

Primi ostacoli…


Il primo tratto percorre una strada bianca che esce dal paese di Piano Vomano. In pochi minuti si arriva ad un rudimentale abbeveratoio per il bestiame dove uno dei due cagnetti che si era unito a noi decide che è ora di farsi il bagno. Senza neanche pensarci si tuffa nel fontanile e sta lì, immobile, con la testa alta. Davanti a noi si apre il panorama della valle che dobbiamo aggirare e piccolina lì in fondo, la chiesa della Madonna della Tibia, una delle nostre tappe. Ci dirigiamo verso sinistra, saliamo verso la cresta, entriamo nei boschi. A tratti diradati, a tratti densi, cupi, giovani, antichi, gli alberi del bosco scorrono lungo il sentiero. Troviamo mucchi di legna abbandonata, che spreco! Poi improvvisamente, una vasca, dell’acqua e il cagnetto che ci si rituffa dentro e ci aspetta. Sono tre i cani con noi: Chicco, il cane di Luca, e questi due cagnetti che ci hanno seguito da Piano Vomano.

L’ora del bagnetto.

Ad un certo punto troviamo dei rami scorticati e poco dopo un tronco che ha subito lo stesso trattamento. Chissà chi è stato, probabilmente un cervo. Sarebbe bello poter fare un avvistamento…

Tutto ad un tratto, finalmente, il panorama. Il sentiero si apre, gli alberi si diradano, usciamo dal bosco su un altipiano. Da qui si riesce a vedere buona parte della cresta che dobbiamo percorrere e un paio di tappe della nostra gita. Ormai quasi completamente scomparsa, le traccie di un’antica strada si indovinano sotto il prato. Le nuove strade asfaltate e le macchine hanno reso inutili queste vie usate ormai solo dai pastori, dagli animali e da qualche escursionista.

L’altro cagnetto in acqua.

Dopo una pausa ai piedi di una vecchia costruzione in mezzo all’altipiano ci rimettiamo in marcia. La nostra meta è la Madonna della Tibia, lì a qualche centinaio di metri davanti a noi. Una volta arrivati ci sistemiamo per mangiare, ma non prima di aver curiosato un po’ in giro.

Ci rimettiamo in marcia e invece di prendere il sentiero basso, prendiamo quello alto che costeggia la falesia di arenaria. Il posto è molto suggestivo e molto fragile. Molti tratti sono franati di recente a giudicare dal colore chiaro della roccia. Passo in fretta, non si sa mai, anche se a tratti non si può far a meno di fermarsi e osservare questi enormi massi fatti precipitare a valle dal lento logorio dell’acqua o di un piccola radice.

La stanchezza inizia farsi sentire quando arriviamo a Macchia Vomano. Io sto morendo di sete e mi precipito sulla fontanella del paese. Gli altri invece si sono fermati in piazza a chiacchierare con una signora. Sembra sorpresa di vederci, come se da queste parti di escursionisti non ne passassero poi tanti. Intanto anche i cani della comitiva hanno un bel da fare. Appena entrati in paese un altro cagnetto è comparso, pelo rizzato sulla schiena, sguardo minaccioso. Dopo alcuni attimi concitati la situazione si normalizza, la gerarchia si delinea e la calma riprende il sopravvento, adesso abbiamo un cane a testa!

Si continua a camminare, in mezzo al bosco, incrociando delle vecchie dimore abbandonate. All’interno il tempo sembra essersi fermato, mobili tarlati e marci, vecchi utensili arrugginiti riportano indietro nel tempo quando quelle case erano abitate e la vegetazione non era ancora così aggressiva nei loro confronti. Case di pietra, solide e sicure, belle, ma purtroppo costruite in posti dove la modernità non consente di vivere, dove non si trova più lavoro, dove la gente è costretta ad emigrare per sopravvivere. Ce le lasciamo dietro, perse nel verde del bosco, ormai destinate a diventare ruderi, distrutti dal lento logorio del tempo. Anche il sentiero che percorriamo si fa sempre più selvaggio, con la natura che prepotentemente cerca di riprendere quello che le appartiene. A tratti si avanza soltanto a suon di roncola. Rami giovani e robusti tagliano il sentiero e impediscono la progressione. Ci si graffia, si suda, si fatica ma alla fine la nostra lama ci apre un varco e noi continuiamo su questi antichi sentieri. Antichi sentieri che noi facciamo per “sport”, per svago, ma che 50 anni fa le persone, i ragazzi, facevano per andare a scuola, vendere i loro prodotti, visitare parenti..

Finalmente recuperiamo la strada bianca di Piano Vomano, la macchina è vicina. Le gambe,

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stanche, si muovono per gravità, abitudine. Abbiamo fatto parecchi chilometri, abbiamo ad un tratto sbagliato sentiero ritrovandoci a dover scendere da una falesietta di arenaria. Sono caduto, un piede mi è scivolato mentre disarrampicavo da quella fragile parete. Per fortuna Luigi, che già era sceso mi ha trattenuto, che spavento, per fortuna solo quello, nessuna conseguenza. Ad accoglierci le nuvole basse, incastrate nella valle dalla mattina e in fondo all’orizzonte, il Gran Sasso, l’Intermesoli e il monte Corvo che se ne stanno lì, ferme, immobili, così solide ma al tempo stesso così fragili.


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